I Mestieri nell’antica Pompei

asellinae

Quando nell’80 a. C. divenne colonia romana, Pompei si sviluppò sia dal punto di vista urbanistico che economico. Si ebbe un grande impulso nei commerci grazie alla fertilità del terreno vulcanico, e alla sua ottima posizione geografica, al centro del Golfo e sulla foce del fiume Sarno. Il porto garantiva grande benessere a tutta la città, consentendo l’esportazione di prodotti alimentari, tessili, cosmetici e tanto altro.

Attività economiche di ogni genere erano dislocate in tutta la città, soprattutto lungo via dell’Abbondanza, l’arteria principale della città, così chiamata per il rilievo raffigurante una cornucopia (corno simbolo di abbondanza) rinvenuto su una fontana nei pressi del Foro.

Grazie agli affreschi, alle iscrizioni, e alle insegne, è stato spesso possibile risalire ai nomi dei proprietari delle attività commerciali dislocate in tutta la città. Ricordiamo, ad esempio, i termopoli di Vetutius Placidus ed Asellina, e la fullonica di Sthephanus.

Le varie categorie professionali erano normalmente riunite in corporazioni che, specie in periodo elettorale, avevano un rilevante peso nella amministrazione e nella politica della città.

I mestieri più diffusi erano quelli che si svolgevano all’interno di stabilimenti manifatturieri e nei laboratori. Vi erano i panettieri (pistores), i lavandai (fullones), numerose erano le taverne (thermopolii), e le officine tessili e conciarie (officinae coriarorium). Alcuni commercianti erano ambulanti o proprietari di una bottega come i fruttivendoli (pomarii). Seguivano gli osti, gestori o proprietari di osterie (cauponae) in cui era possibile anche alloggiare, i fabbri (faber), i barbieri (tonsor), i falegnami (lignarius), i marmisti (marmorarius), gli orefici (aurifex), i mosaicisti (museiarii), i pittori (pictores imaginarii o parietarii). Sembra che fossero potentissime le corporazioni dei facchini (saccarii), dei vignaioli (vindemiatores) e dei carrettieri (cisiarii).

 

Fullonica (Lavanderia) di Stephanus

Fullonica (Lavanderia) di Stephanus

Un mestiere ben pagato, di cui ancora oggi si vedono le tracce sui muri dell’antica Pompei, era quello dello scriptor, ovverocolui che dipingeva sui muri a chiare lettere di colore rosso nero o bianco i manifesti che annunciavano spettacoli, vendite, locazioni, o propaganda elettorale.

Una notevole importanza era rivestita dagli agrimensores, tecnici altamente specializzati, in grado di misurare e suddivitere terreni grazie all’utilizzo di teodoliti molto simili a quelli utilizzati dai moderni geometri.

Non vanno dimenticate le Lupae, che praticavano nei Lupanar “il mestiere più antico del mondo”, e i loro protettori detti Lenones.

Ricostruzione di un panificio nell'antica Pompei

Ricostruzione di un panificio nell’antica Pompei

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I panifici nell’antica Pompei

Roman bread

La numerosa presenza di forni e pasticcerie (circa 34) per la produzione e la vendita di prodotti a base di farina, lascia intendere che la panificazione fosse una delle attività più fiorenti della città di Pompei. Gli impianti più grandi (circa 23) erano quasi sempre provvisti di macine, stalla, ed di un quartiere abitativo, ma senza bottega per la vendita diretta.
Il lavoro nella panetteria iniziava con la pesatura del grano, poi il frumento era posto nei mulini dai garzoni dei fornai (pistores). Le macine erano in pietra lavica (catillus), materiale che non lasciava nella farina residui dannosi ai denti. Esse avevano una forma a clessidra e lunghi bracci di legno, ed al loro interno era inserito un elemento conico di dimensioni inferiori (meta). Queste macchine venivano azionate dagli schiavi o dagli asini, che imprimevano loro un movimento rotatorio in grado di triturare il grano. La farina ottenuta veniva successivamente raccolta su una lamina di piombo che ricopriva la base circolare in muratura dei mulini. Seguiva la setacciatura regolata a seconda del tipo di clientela da servire. I setacci a maglia stretta erano utilizzati per ottenere farina molto fine e bianca per i tipi di pane pregiato, quelli a maglia larga per la farina scura e grezza adatta a preparare il pane destinato alla plebe. Quindi, il tutto veniva impastato con acqua e distribuito su assi speciali dove gli si dava la forma richiesta e si infornava.

 

Alcuni tipi di pane erano decorati con anice, semi di papavero, di sesamo e altre essenze fissate sulla crosta con bianco d’uovo. Sembra che solo in epoca tardo-repubblicana si cominciò ad usare il lievito, ottenuto mescolando miglio o crusca a farina acida.
I forni a legna erano realizzati in mattoni (opus latericiumcium), mentre il pavimento dei panifici era fatto di lastre di lava basaltica, lo stesso materiale utilizzato per la pavimentazione delle strade, ciò per facilitare l’andamento degli animali o degli schiavi che spingevano le macine legati alle travi lignee.
Sulla parete esterna del forno del panifico collegato alla casa di N. Popidius Priscus, è stata rinvenuta una lastra in travertino con un fallo in rilievo recante la scritta “hic habitat felicitas“, ora nel Gabinetto segreto del Museo Nazionale di Napoli. La scritta, dal chiaro valore apotropaico, collegava la produzione del pane alla forza generatrice della natura.
Di straordinario interesse sono gli ottantuno pani carbonizzati rinvenuti nella bottega di Modestus. Essi hanno quasi tutti una forma circolare ad otto spicchi, un diametro di circa 20cm, ed un peso medio di circa 580g.

Petra Herculis

Petra Herculis

LA PETRA HERCULIS

A poca distanza dalla foce del fiume Sarno si erge lo Scoglio di Rovigliano, bello e imponente, fiero del carico plurimillenario di storia che conserva.

Plinio nel Naturalis Historia racconta che i pesci della Petra Herculis, presso Stabia, erano così voraci da divorare l’esca senza abboccare all’amo. L’isolotto era, quindi, dedicato a Ercole, il mitologico eroe che dopo aver catturato i buoi di Gerione, compiendo la sua decima fatica, percorse le coste campane sulla via di ritorno per la Grecia (anche la città di Ercolano deve il suo nome a quel mitologico passaggio). Sullo scoglio fu edificato un santuario sacro all’eroe, di cui rimane testimonianza in alcuni frammenti di muri in opus reticulatum risalenti al primo secolo d.C.

Nei secoli immediatamente successivi alla fine dell’Impero Romano, quando Napoli era la capitale di un piccolo ducato autonomo, il tempio di Ercole fu sostituito da un monastero Benedettino dedicato a San Michele Arcangelo. Dopo alcuni secoli di abbandono, nel 1564 il Vicerè spagnolo Don Parafan De Ribeira Duca d’Alcalà fece costruire sullo scoglio una torre di avvistamento per contrastare le incursioni dei pirati saraceni, i quali solevano approvvigionarsi di acqua dolce alla foce del Sarno. L’isolotto assunse, quindi, una funzione militare che mantenne fino all’epoca borbonica, quando fu ulteriormente fortificato per assumere l’aspetto che conserva tutt’oggi. Con l’Unità d’Italia fu abbandonato e, così, condannato all’incuria e al dimenticatoio.