Una mostra “impossibile” a San Domenico Maggiore a Napoli

I capolavori di Leonardo, Raffaello e Caravaggio riprodotti in digitale.

Per cinque mesi, fino al 14 aprile, al convento di San Domenico Maggiore c’è “Una mostra impossibile  –  L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità digitale“.

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Impossibile? Sì, perché in esposizione ci sono 117 riproduzioni di dipinti e affreschi dei tre grandi artisti su pannelli retroilluminati in dimensione reale, ad altissima risoluzione e in ordine rigorosamente cronologico.

Il progetto, ideato e diretto da Renato Parascandolo, direzione scientifica di Ferdinando Bologna, sta girando l’Italia da qualche anno e il mondo, da Chicago a Malta.

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Tra le opere in mostra al Convento, restaurato grazie all’associazione Polo Culturale Pietrasanta “L’ultima cena”, la “Gioconda” e “La Scapigliata” di Leonardo, “Doppio ritratto di uomini” e la “Madonna di Foligno” di Raffaello e “Bacchino malato” e “I bari” di Caravaggio. “La copia vale in quanto rimanda all’originale, non per sé”, ricorda lo storico dell’arte Salvatore Settis. La mostra, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, è patrocinata dal Forum delle Culture ed è realizzata dalla Rai, Comune di Napoli, Polo Pietrasanta con Ministero dei Beni culturali e dell’Istruzione e Accademia delle Belle Arti.

Tutti i giorni dalle 10 alle 22, ingresso 5 euro

 

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Viaggio n° 1 – Mergellina e Posillipo attraverso il Cinema

Posillipo

Posillipo

Arriviamo a Napoli la mattina presto, proprio come succede nell’opera prima di Paolo Sorrentino, “L’uomo in più” (2001) e in “Assunta Spina” di Gustavo Serena (1915), capolavoro del cinema muto italiano, adattamento dell’omonimo dramma di Salvatore Di Giacomo. La pellicola, interamente ambientata a Posillipo e Mergellina, ha come protagonista una strepitosa Francesca Bertini. L’inizio del film, vede l’attrice napoletana su di un piccolo pontile di legno con vista sul golfo di Napoli attendere con impazienza l’arrivo del fidanzato. Anche le didascalie di “Sangue Napolitano”, questo il nome con cui è conosciuto il film nel mondo, sottolineano che la collina di Possillipo (Pusilleco in napoletano), bellezza unica che sovrasta Margellina (Mergellina in napoletano), all’epoca era una frazione di Napoli: “Assunta vive nei dintorni di Napoli assieme al padre. Attende l’arrivo del fidanzato, Michele Boccadifuoco”.

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Pausilypon, letteralmente dal greco “che fa cessare il dolore”, è il termine giusto per legare gli occhi e l’anima al meraviglioso panorama che si godeva anche tremila anni fa da questa zona di Napoli. La pellicola di Gustavo Serena ne è piena, in voluto contrasto con il dramma della novella digiacomiana. La cena di fidanzamento di Assunta, all’aperto su una grande terrazza, ci regala le luci del Golfo prima, la bellezza ineguagliabile di Palazzo Donn’Anna, dopo. Indimenticabile è il bacio di Assunta e Michele sui davanzali di Via Orazio; così come lo sono, da un punto di vista strettamente cinematografico, sia le passeggiate a piedi nella Villa Comunale che le scarrozzate su Via Posillipo (una strada fatta costruire dall’allora re di Napoli Gioacchino Murat, grande ammiratore di Pusilleco).

Anche “L’uomo in più”, a suo modo, è ambientato a Posillipo e Margellina. La storia, un meraviglioso adattamento che ruota intorno alla vita di due personaggi omonimi, uno calciatore, l’altro cantante confidenziale, ci regala una Napoli “differente”, notturna, gelida. Antonio Pisapia, il mediano, ammira Napoli dalla sua casa sulla collina di Posillipo, ne soffre la bellezza perché è sempre più solo; Tony Pisapia, il cantante, attende malinconico il ritorno dei pescatori appoggiato ad un caratteristico gozzo, l’inquadratura è il controcampo del primo fotogramma di Assunta Spina. Memorabile è la corsa di Tony per Via Caracciolo; l’uomo, inseguito, raggiunge l’acqua scavalcando con agilità i davanzali di quello che forse è il lungomare più bello del mondo. Una barchetta lo attende; da lì a remi, sarebbe arrivato a Capri …

Autore: Bardamù

Napoli, la città della 7a arte

“Napoli, la città della 7 arte”

1898. Gli imprenditori francesi Auguste e Louis Lumière, inventori del proiettore cinematografico e tra i primi cineasti della storia, producono “Naples”, un cortometraggio muto documentaristico interamente girato per le strade del capoluogo campano. Nei due minuti francesi, più riprese ci raccontano una delle città più belle al mondo: Via Marina, Via Toledo, al Porto con vista Vesuvio ed infine Santa Lucia.

1899. Oltre ad essere una delle città con la testimonianza cinematografica più antica, Napoli, fin dalla fine dell’800, accoglie entusiasta la “settima arte”, diventando rapidamente uno dei poli principali della nascente industria cinematografica italiana. Nell’aprile del 1886 i primi film dei fratelli Lumiere furono proiettati nel Salone Margherita, l’unico locale all’epoca consono ai gusti dei dandies. Sull’onda del successo di quella che possiamo definire “prima proiezione italiana”, Mario Recanati, imprenditore di origini padovane e pioniere dell’industria cinematografica, aprì nella Galleria Umberto I, al civico 90, una delle prime lsale cinematografiche del Regno d’Italia.

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Il Salone Margherita a Napoli

1905. L’inaugurazione del “Nuovo Cinematografo” in Piazza Municipio, poi “Salon Parisien”, fa di Napoli la città cinematografica più importante del regno. Venti sale nel 1907;  nel 1911 su ventotto riviste specializzate di cinema, undici sono prodotte a Napoli. Il cinema, nascente meraviglia, muove i primi passi, incuriosisce, commuove con la sua “moderna semplicità” ma al pubblico napoletano, abituato al teatro di vita che da sempre ne caratterizza l’immenso centro storico, non basta. Gli spettatori partenopei, dotati di scarsa resistenza dinanzi alle tremolanti immagini proiettate sulla tela, si trovano ben presto catapultati in veri e propri eventi in cui tutte le arti si rincorrono … e Napoli, generosa come sempre, sta a guardare l’approdo del “caffè-chantant” e della mitica “sceneggiata napoletana”. Cantanti dialettali, fantasisti, equilibristi, ballerini e sulle tele i primi tentativi di quella che sarebbe divenuta l’arte delle arti.

1906. Nel quartiere Vomero, nasce la “Partenope Film” e nel 1915 la “Polifilms” del grande Giuseppe Di Luggo, da cui sarebbe poi nata la Titanus. Contemporaneamente, gli scrittori napoletani cominciarono a scrivere per il cinema. Soggetti cinematografici, sceneggiature, canzoni originali e colonne sonore. Fra i tanti: Roberto Bracco (Nellina, Il perfetto amore, Le due Marie, Sperduti nel buio, Il diritto di vivere) Matilde Serao (La mia vita per la tua, La mano tagliata, Torna a Surriento, Dopo il perdono, Cuore infermo) Salvatore Di Giacomo (Assunta Spina, Il voto). Nel  1919, con l’introduzione della “canzone drammatica”, detta di “giacca” perché il cantante non appariva in pubblico con il frac ma appunto in giacca, Napoli diventa musica e il cinema la “raffigura”; fra i tanti: Libero Bovio, E. A. Mario ed Enzo Luciano Murolo. In quel fermento culturale la canzone dialettale, la sceneggiata e il cinema si fusero insieme e nel giro di pochi mesi i maggiori successi canori delle varie edizioni del festival di Piedigrotta giunsero sul grande schermo diventando a pieno diritto “canzoni da film”.

Autore: Bardamu