Napoli: miglior (docu)film straniero – IV parte

Ma che meraviglia è la “zona di Coroglio”, così mi piace dire. Conosciuta un tempo come la “Rampa dei tedeschi”, in onore delle esplorazioni fatte nella Grotta di Seiano (siamo all’inizio dell’Ottocento), parte dall’estremità della collina di Posillipo e finisce in piena Bagnoli, costeggiando per un lungo tratto l’aria dismessa dell’Italsider. Il toponimo pare derivi dal termine dialettale “curuoglio”, ovvero il torciglione di panno che si schiaccia sul capo quando ci si adopera al trasporto di oggetti pesanti.

Antonio Pitloo - La spiaggia di Coroglio

Antonio Pitloo – La spiaggia di Coroglio

La zona, nell’Ottocento perla del turismo campano, nel secolo successivo fiore all’occhiello dell’industria siderurgica italiana, oggi (in realtà dal 2002), speriamo, è parte essenziale del progetto “Bagnoli Futura”. Pensate: 900 metri di passeggiata a mare, il pontile più lungo d’Europa! All’estrema propaggine della collina di Posillipo, c’è il piccolo isolotto di Nisida (0.5 km di diametro): oggi praticamente inaccessibile in quanto sede dell’Istituto Penale Minorile di Napoli e, cosa poco gradita ai più, base NATO (in realtà l’organizzazione internazionale controlla solo il piccolo porto verso Coroglio).

L'isola di Nisida in una veduta di Francisco Villamena (1652)

L’isola di Nisida in una veduta di Francisco Villamena (1652)

Nisida (dal greco appunto piccola isola) è quasi perfettamente circolare; infatti, mancando di una porzione verso sud-ovest, dove si apre l’insenatura di Porto Paone corrispondente all’antica caldera del vulcano, sembra una mela presa a morsi dalla natura. Nei suoi fondali c’è un molo romano, finito in acqua in seguito a fenomeni di bradisismo, come del resto è successo in molte altre zone dei Campi Flegrei.

In epoca classica, e comunque dopo l’omerica collocazione delle sirene tentatrici di Ulisse proprio nel tratto di mare che la separa da Capri, vi costruirono ville meravigliose Lucio Licinio Lucullo e Marco Giunio Bruto. Il primo per farci feste e cene “luculliane”; il secondo per congiurare insieme all’infame Cassio contro il grande Cesare. Nel XV secolo, Giovanna II d’Angiò, regina di Napoli, ebbe una villa a Nisida ben presto trasformata in castello da difesa. Per vedere Nisida al cinema, coglierne il moderno utilizzo, è necessario vedere “Scugnizzi” di Nanny Loy, film interamente ambientato nel carcere minorile. Per le sirene di Ulisse, invece, molto prima del capolavoro di Mario Camerini con Kirk Douglas e Silvana Mangano nel ruolo di Penelope, “Ulisse”(1955) per l’appunto, è doveroso vedere il film muto “L’Odissea”, del 1911, diretto e interpretato dall’attore napoletano Giuseppe de Liguoro. Per raccontare “l’anima nera” della città di Napoli, Turturro utilizza le famose interviste dietro le sbarre rilasciate dal superboss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo al giornalista Joe Marrazzo. Al padrino, mai pentito, probabilmente invischiato “nell’affaire Moro”, condannato a 4 ergastoli al regime del 41bis e proprietario dal 1980 al 1991 del “Castello Mediceo” di Ottaviano, sono stati dedicati libri (“Un’altra vita” di Francesco De Rosa; “Il Camorrista” di Giuseppe Marrazzo – il più bel libro sulla camorra mai scritto), film (“Il Camorrista” opera prima del premio Oscar Giuseppe Tornatore, tratto proprio dall’opera di Marrazzo) e canzoni, una in particolare, scritta e interpretata dal cantautore genovese Fabrizio De Andrè. “Don Raffaè”, nella pellicola di Turturro, è cantata da Peppe Barra, noto cantante popolare; il quale, rinchiuso a “Castel dell’Ovo”, chiede consiglio al padrino in giacca e cravatta sorseggiando il suo inconfondibile caffè. Cutolo, ora detenuto nel supercarcere di Terni, nella cella un tempo “appartenuta” a Bernardo Provenzano, fu entusiasta della canzone e ringraziò più volte l’autore nelle sue numerose interviste. Ma ritorniamo al “Castrum Ovi” (questo il suo nome in latino), il castello più antico della città, finito in tutte le “inquadrature” panoramiche – cinematografiche e non, dello spettacolare “Golfo di Napoli”.

Castel dell'Ovo - Napoli

Castel dell’Ovo – Napoli

Ubicato tra i quartieri di San Ferdinando e Chiaia, di fronte alla zona di Mergellina, deve il suo nome a quel mago e poeta di Virgilio; il quale, secondo una tanto stravagante quanto antica leggenda, vi nascose un uovo nelle segrete. La sua rottura, proprio come la “non liquefazione” del sangue di San Gennaro, avrebbe provocato sia il crollo dell’edificio che, manco a dirlo, rovinose catastrofi alla città di Napoli. Il castello sorge sull’isolotto di tufo di Megaride, propaggine naturale del monte Echia. Gli storici ritengono sia stato il primo approdo dei Rodii, (siamo parecchi secoli a.C. e nascevano i primi nuclei abitativi di “Partenope”) veri fondatori della nostra Napoli. E’ affascinante fare la sua conoscenza proprio mentre ci si appresta a visitarlo (oggi fortunatamente si può). Scorrere velocemente le varie epoche storiche, il fitto elenco di chi lo ha abitato, gli impieghi, le prigionie, i crolli, i numerosi restauri e sbattere, senza protezioni del caso, contro la più grande sciagura che Napoli e tutto il meridione abbia mai patito: l’Unità d’Italia! Pensate, un progetto del 1871, in pieno “Risanamento” della città di Napoli, prevedeva l’abbattimento del castello per far posto ad un nuovo rione. La data del progetto, evidentemente mai attuato, ci ricorda sostanzialmente che il castello, dall’unione proprietà demaniale, è rimasto in stato d’abbandono per 100 lunghi anni!

(continua)

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Pompeii – Film

Pompeii in 3 D - Film

Pompeii in 3 D – Film

Pompeii è un film del 2014 diretto da Paul W. S. Anderson e con protagonisti Kit HaringtonEmily BrowningKiefer Sutherland e Jared Harris. Il film sarà distribuito anche in formato 3D nei cinema statunitensi a partire dal 21 febbraio 2014. In Italia invece, sarà distribuito nelle sale dal 20 febbraio 2014.

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Pompeii 2 hours tour

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Napoli segreta, le scale delle meraviglie

Più di duecento scale percorrono la città dal mare alla collina. Erano state abbandonate all’incuria. Ora vengono recuperate. Per il trekking urbano e la meraviglia dei turisti.

Scalone monumentale di Montesanto

Scalone monumentale di Montesanto

Duecento scale e forse più, tra “gradonate” e “pedamentine” storiche, percorrono Napoli dal mare alla collina. Un sistema viario antico e intelligente, poi surclassato dalle logiche del trasporto moderno, infine abbandonato all’incuria. E che ora torna a far parlare di sé, complici una rinnovata voglia di lentezza, nuove mode come il trekking urbano e azioni di public art e una ritrovata voglia di riscatto che percorre la Napoli migliore.

Poche settimane fa la Fai Marathon ha riportato sulla trecentesca Pedamentina di San Martino più di 1.500 persone in una sola mattinata, soprattutto napoletani, che per la prima volta hanno percorso la “città obliqua” cantata da Edoardo Bennato. Ma è un comitato civico formato da circa venti associazioni, in testa Legambiente Neapolis 2000 con Wwf Napoli e Cittadinanza Attiva, il vero motore della rinascita: il Coordinamento Recupero Scale di Napoli, questo il nome che si sono dati, da quasi vent’anni incalza le istituzioni impegnate in opere mastodontiche come le metropolitane e dimentiche di queste vie verticali, spesso invisibili, segmentate da gradini, incuneate nel cemento contemporaneo o spalancate su panorami mozzafiato, a tratti cancellate da colate di asfalto.

Manca qualsiasi forma di segnaletica stradale o turistica, e manca pure una mappa turistica completa per orientarsi tra queste scorciatoie ed erte vie: una guida, seppur non esaustiva, è il piccolo volume fotografico di Simone Florena (“Scorciatoie”, Tullio Pironti editore), testi di Francesco Durante e prefazione di Silvio Perrella.

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Ma sono più di 200 i percorsi pedonali censiti dal Coordinamento: 135 scale vere e proprie e 69 “gradonate”, molte in uno stato di completo abbandono e degrado. È la sintassi segreta della città e ne racconta la storia, la cultura e il paesaggio; ma è anche una straordinaria risorsa per una mobilità urbana sostenibile. Da qui il “Manifesto per il recupero delle scale” che stigmatizza le criticità e avanza istanze di tutela e valorizzazione di un patrimonio ancora sottovalutato. Ma qualcosa si inizia a muovere in città. Nel giugno scorso, sullo scalone monumentale di Montesanto, opera del Filangieri del 1880, ha aperto Q.I., Quartiere Intelligente, primo esperimento in città di smart city: dal recupero di un vecchio opificio, di un edificio tardo ottocentesco e di un terreno incolto è nato questo spazio di produzione artistica e non solo. Iniziativa coraggiosa di alcuni privati. Il primo risultato raggiunto è stato quello di riaccendere i riflettori su questa spettacolare scalinata a balze – lungo le quali Vittorio De Sica girò alcune scene del “Giudizio Universale” – riuscendo così a spazzare via siringhe e incuria. La gente è tornata a salire e scendere per queste scale dove periodicamente il Quartiere Intelligente allestisce un mercatino del biologico e del riuso, di sera proietta video d’artista sulla parete verticale di un edificio e nel terreno incolto ha fatto crescere un orto didattico per i bambini del quartiere.

Lo scalone di Montesanto si riallaccia idealmente con la Pedamentina di San Martino, il percorso pedonale più lungo e antico della città: 414 gradini che collegano, rampa dopo rampa, la collina del Vomero con il ventre della città, la Certosa di San Martino con Spaccanapoli. Nelle guide straniere viene segnalata per la bellezza degli scorci: si scende in una dimensione inattesa, fatta di silenzi irreali, vigne e scampoli di campagna, casali riattati e panorami che dilatano lo sguardo. La percorrono i turisti stranieri e i residenti, uniti questi ultimi in un comitato che si batte per la tutela del posto e la sua valorizzazione. La prima rampa che parte dalla balconata di San Martino continua a essere oltraggiata da vetri e bottiglie rotte lanciate di notte dai ragazzi che festeggiano sul piazzale (usanza ottusa, più volte denunciata); ma basta scendere al secondo tornante e la vista del golfo con il Vesuvio riaccende l’incanto. È qui che il violinista Pasquale Nocerino e la moglie Giovanna, ballerina classica, hanno aperto un b&b in un casale che doveva essere una pertinenza della Certosa. L’arte pare sia di casa tra queste scale dove soggiornò anche Baudelaire e dove Marguerite Yourcenar ambienta il racconto “Anna soror”. Pochi giorni fa le prime rampe sono state per la prima volta il set di un’azione di arte pubblica, Flabby Fluo, del collettivo Semmai Factory a cura di Simona Perchiazzi mentre il Teatro Dissolto ha messo in scena i “Racconti del Solstizio” con la musica africana di Ibrahim Drabo.

Pedamentina di San Martino

Pedamentina di San Martino

Quasi in parallelo con la Pedamentina, dall’altra parte della collina del Vomero scende il Petraio, tortuosa fuga di scale che da via Annibale Caccavello giunge sino al corso Vittorio Emanuele. Percorso di pietre che sfiora la Vigna di San Martino (l’appezzamento agricolo di sette ettari un tempo dei monaci e oggi proprietà del gallerista Peppe Morra, Monumento nazionale per la valenza storica e paesaggistica), gli eleganti palazzi liberty del Vomero e i tipici “bassi” partenopei che qui però hanno finestre panoramiche, verande e terrazzini.

Dal corso Vittorio Emanuele partono rampe storiche in salita e in discesa che portano spesso a luoghi incredibili come il complesso di San Nicola da Tolentino dove l’Altra Napoli, la fondazione attiva nel Rione Sanità, ha avviato un progetto di recupero del convento e dei giardini storici con l’apertura di una foresteria.

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Da piazzetta Cariati parte la rampa di Santa Caterina da Siena che scende sino all’omonima chiesa, capolavoro del tardo barocco meridionale e sede di concerti della Fondazione Pietà dei Turchini ( www.iturchini.it ). Si infila nei vicoli dei Quartieri Spagnoli la bella scala di San Pasquale a doppia rampa a curva che passa del tutto inosservata; scende giù sino alla Pignasecca la lunga e ripida via gradinata di Sant’Antonio ai Monti, prolungamento della seicentesca salita Cacciottoli che parte da piazza Leonardo al Vomero: un budello stretto che taglia il tufo giallo napoletano, passa sotto il ponte del Corso Vittorio Emanuele e prosegue tra le porte e le finestre dei bassi con le tv accese, un paio di chiese abbandonate e i panni stesi al sole. Il primo tratto è ben poco invitante, solitario e sporco; il secondo offre spaccati di varia umanità ed emarginazione sociale. Altra storia sono le scale di Santa Maria Apparente e quelle di via Vetriera che conducono, zigzagando tra i vicoli, alle strade eleganti di Chiaia.

Come anche le Rampe Brancaccio e la bella gradinata di Sant’Andrea. A Chiaia sbuca la Calata San Francesco, altro tracciato storico che compare nel 1775 nella mappa della città del Duca di Noja. Le associazioni culturali sul territorio (Insolitaguida, Lo Sguardo che trasforma, Medeart) organizzano visite teatralizzate e passeggiate narrate, perché bisogna percorrerle queste strade per riappropriarsene. Se infatti le pedamentine del Vomero e di Posillipo – come San Pietro ai due Frati, via del Fosso, Marechiaro e su tutte la discesa Gaiola che serpeggiando tra orti e vigneti conduce al parco marino sommerso e alla villa romana di Pausilypon – sono in buone condizioni e quasi tutte percorribili, quelle che collegano la collina di Capodimonte con via Foria versano ancora in uno stato di incuria e abbandono.

Parco archeologico del Pausilypon

Parco archeologico del Pausilypon

Il Moiariello, il “piccolo moggio” che dal Real Orto Botanico sale sino alla Reggia di Capodimonte e all’Osservatorio astronomico voluto dai Borbone sul colle di Miradois, è un percorso che affascina e sgomenta: la chiamano la Posillipo dei poveri per il panorama; un tempo ci salivano le carrozze, oggi ogni rampa è un cumulo di immondizia, carcasse di motorini e scritte vandaliche. Sulla stessa collina si arrampicano anche i gradini Miradois e la Salita della Riccia che culmina proprio all’Osservatorio astronomico, nonché i gradini di Vico Paradisiello.

“Ieri, oggi e domani”, regia di V. De Sica, con Sofia Loren

“Ieri, oggi e domani”, regia di V. De Sica, con Sofia Loren

A monte e a valle ci sono i musei più importanti della città: Capodimonte, il Museo archeologico nazionale e il Madre. Solo questo dovrebbe bastare, come chiedono cittadini e comitati, per mettere in sicurezza percorsi che qualcuno ricorda anche per le scene di “Ieri, oggi e domani”, il film di De Sica con Sofia Loren sui gradini di via Giuseppe Piazzi. Le potenzialità turistiche sono tante. Legambiente, che periodicamente pulisce lo scalone ottocentesco della Principessa Iolanda al Tondo di Capodimonte, promuove il trekking urbano; la pro loco Capodimonte e il Coordinamento Scale si danno da fare, ma non è semplice: quello che era un piccolo borgo rurale in mezzo alla collina verde è oggi la cerniera di collegamento tra Capodimonte e i Miracoli, tra degrado e illegalità. Le due Napoli ancora si fronteggiano.

di D.B.S., Napoli segreta, le scale delle meraviglie, in “L’Espresso”, 15 Gennaio 2014.

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Napoli: miglior (docu)film straniero (III parte)

 

turturro passione napoli

In via Vergini, nel rione Sanità, c’è il “Palazzo dello Spagnolo”. Eretto nel 1738 su commissione del marchese di Poppano Nicola Moscati, è sostanzialmente il risultato finale della ristrutturazione e riqualificazione, di due lotti ricevuti in gestione dalla moglie. La realizzazione della monumentale scala a doppia rampa, definita ad “ali di falco“, fu pensata come una sorta di luogo di incontro, in cui avveniva una vera e propria vita sociale. Nel film, sulle note della celebre “Comme facette mammeta”, diverse bellezze mediterranee danzano sulle rampe: è energia allo stato puro che finisce letteralmente col travolgere lo spettatore. Nel 1954, Renato Carosone, pianista e compositore napoletano conosciuto in tutto il mondo, compone “Maruzzella”, una delle canzoni napoletane più belle del dopoguerra. Il grido di battaglia “Canta Napoli”, un prodigioso assolo di pianoforte eseguito dallo stesso Carosone e via. Nella pellicola di Turturro, l’interpretazione di Maruzzella è affidata all’attore napoletano Gennaro Cosmo Parlato; il quale, letteralmente posseduto dalla sensualità della melodia, lascia che il pubblico si perda nella bellezza della spiaggia che fronteggia l’isolotto di Nisida. Siamo a Bagnoli, quartiere di Napoli che confina a nord con il comune di Pozzuoli e a sud con il quartiere Posillipo. Il nome Bagnoli deriva probabilmente da balneolis, riferimento ai diversi siti termali che ospitava prima della realizzazione di diversi impianti industriali fra cui le acciaierie dell’Ilva, ex Italsider, attive dall’inizio del ‘900 e dismesse dagli anni novanta. Un primo passo verso la riqualifica di Bagnoli è stato compiuto nel 1987, anno in cui vengono avviate le attività sperimentali della “Città della Scienza”, aperta definitivamente al pubblico nel 1996 e letteralmente “Bruciata” dalla camorra appena un anno fa. Per capire a fondo Bagnoli, le mutazioni malefiche a cui la gente ha assistito negli ultimi trent’anni, ciò che è andato definitivamente perduto, è doveroso leggere “La dismissione” del giornalista napoletano Ermanno Rea. Nel libro di Rea, da cui è stato tratto anche un bellissimo film, è ben chiara, quasi drammatica, la speculazione del sistema politico e industriale a discapito del paesaggio, la cui bellezza è stata contesa dagli stessi dei, e della popolazione, prima esempio operaio e poi immagine contemporanea dell’abbandono più totale. “La stella che non c’è” film del 2006 diretto da Gianni Amelio, pur ispirandosi alle parole di Rea, non è stata girata a Bagnoli, bensì a Genova.

Un altro sito interessante è sicuramente “L’Ippodromo di Agnano”, il più grande d’Italia, già tempio del più grande trottatore vivente, “Il Capitano”, ovvero il mitico “Varenne” e oggi, purtroppo, devastato più di ogni altro ippodromo dalla “crisi”. Nel film cult anni ‘70 “Febbre da Cavallo”, di Steno, gli sfortunati protagonisti (Proietti, Montesano e il mai troppo compianto Francesco De Rosa) dopo tante peripezie raggiungono Agnano e perdono tutto sia ai cavalli che al gioco truffa delle tre campanelle; questa volta la location è la stazione di “Piazza Garibaldi”.

febbre da cavallo Agnano

Agnano è nota anche per le Terme; le quali, in funzione sin dai tempi dei romani, sfruttano l’acqua calda e sulfurea dei Campi Flegrei, zona vulcanica che Omero, poi Virgilio e lo stesso Dante Alighieri indicano come la porta dell’Inferno. E’ interessante quantomeno nominare “la Grotta di Seiano”; essa, scavata dai romani nel tufo, collega Bagnoli alla Baia di Trentaremi dove sono presenti i resti archeologici della Villa Imperiale di Pausilypon. Nel 2007, la grotta è stata usata dal grande Brian Eno per la realizzazione di uno spettacolare “lavoro audiovisivo”. Nell’allestire la sua opera, l’artista ha creato un percorso che dal buio arriva alla luce, e che attraverso un tappeto sonoro di suoni combinati e diffusi ci porta all’illuminazione, alla rappresentazione delle immagini combinate degli schermi.

 

(continua)

 

Autore: Bardamu

Napoli: miglior (docu)film straniero: Passione! (I parte)

“Ci sono posti in cui vai una volta sola e ti basta.. e poi c’è Napoli” John Turturro

Così comincia Passione” di John Turturro, un film documentario musicale del 2010  interamente girato a Napoli, una raffinata dichiarazione d’amore del regista italoamericano alla città della sirena Partenope, alle bellezze architettoniche, alla sua musica, al Vesuvio che la protegge, ai vicoli e alla gente del popolo che, in fondo, ne ha interpretato la storia, il folklore. Attraverso le canzoni napoletane più belle di sempre, Turturro osserva Napoli, la ascolta, la interroga nella penombra dei vecchi portoni. Il risultato è un film commovente, misterioso: un bel documentario insomma; in cui, su tutti, spicca il cantastorie chef “Don Alfonzo” dell’omonimo ristorante ubicato nel cuore di Napoli; il quale, incoraggiato dallo stesso Turturro, si racconta, canta, e recita, fra le altre cose, “Guaglione” di Viviani. Il film, definito anche jukebox d’autore, è indispensabile se abbiamo voglia di girare in bicicletta per le strade di Napoli, dall’alba al tramonto, canticchiando tutte le canzoni che abbiamo appena sentito anzi, aspettando sereni che circolino nell’aria: come una volta, come sarà sempre.

L’alba è vera meraviglia dai davanzali di marmo che si trovano nello spiazzale antistante la Chiesa di Sant’Antonio a Posillipo. Il belvedere delle “Tredici discese di Sant’Antonio”, per intenderci, e tanto romantico quanto misterioso, spiazzante. E’ proprio lì che Turturro, dopo aver omaggiato il Vesuvio con diverse riprese aeree, contemplato l’imponente bellezza, passeggia ed introduce lo spettatore in quella che resta la sua personalissima visione di Napoli. A metà mattina stiamo camminando a piedi nel Chiostro Grande posto all’interno della Certosa di San Martino,sulla collina di Castel Sant’Elmo. Pieno sole sul marmo grigio e bianco delle arcate, la leggerezza del pavimento sotto i portici e il sapore degli schemi di un tempo, le celle dei frati Certosini disposte intorno al chiostro e l’ignota attribuzione architettonica dello stupefacente risultato finale (attuale) edificato sull’impianto trecentesco. Per alcuni secoli, l’area oggi conosciuta come il Chiostro dei Procuratori, era un grande orto coltivato ad erbe mediche e prodotti agricoli destinati a sfamare la piccola comunità religiosa.

E’ utile girare in bicicletta nei musei a cielo aperto come Napoli perché spesso esse fungono da vere e proprie poltroncine da cui è bello ammirare, per esempio, i palazzi rinascimentali, gli slarghi, i vicoli stretti e lunghi e le numerose chiese.

Passione, ovviamente, ne è pieno.

Continua…

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