Castellammare di Stabia, i reperti archeologici tornano fruibili. La mostra “Dal buio alla luce”

“Dal buio alla luce” al Palazzo Reale di Quisisana, titolo suggestivo e carico di significato per la mostra archeologica accolta con grande favore di pubblico e definita dal Soprintendente Massimo Osanna “semplice ma di grande effetto: perché a parlare è lo spessore dei reperti stessi”.

Reggia Quisisana

 

 

La mostra non racconta solo una storia. Non racconta solo, come ci si aspetterebbe, la vicenda archeologica del sito e dei reperti, ma è anche la denuncia della mancata realizzazione di un museo in Città. Racconta la fruibilità negata al territorio e all’umanità del suo patrimonio culturale per la “reclusione” dei reperti all’interno del vecchioAntiquarium ormai chiuso da 17 anni. E racconta anche una clamorosa esclusione: il mancato inserimento di Stabiae come sito Unesco, nell’ambito del sito seriale Pompei, Ercolano, Oplonti.

L’Antiquarium stabiano è stato aperto per volere del preside Libero d’Orsi, artefice della ripresa delle esplorazioni archeologiche sulla collina di Varano nel 1950, ed è stato chiuso nel 1997 a causa di lavori strutturali che dovevano interessare le sale del piccolo museo. Ma quel contenitore museale doveva essere solo temporaneo, già lo era nelle intenzioni del suo istitutore.

Da allora numerosi sono stati i progetti per il nuovo museo. La Villa Gabola negli anni’80, poi la Reggia di Quisisana restaurata con 16 milioni di euro di fondi CIPE e che avrebbe dovuto ospitare una scuola di restauro. Nel 2007 ulteriori risorse sono state assegnate dalla Regione Campania per realizzare il Museo Archeologico Stabiano a Quisisana.

Stabiae

 

Successivamente, nel 2010 è stato approvato il “Piano di utilizzo e gestione del Palazzo Reale di Quisisana” con una convenzione tra Mibact, Regione Campania, Provincia di Napoli, Città di Castellammare di Stabia, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Il piano fu approvato dal consiglio comunale e oggetto di una delibera di approvazione da parte della Giunta della Campania nel marzo 2010. Ma da allora non c’è stato alcun esito per il museo.

Senza voler cercare il capro espiatorio ad ogni costo, il passato è passato, nonostante è di archeologia che si parli, ad oggi gli 8000 reperti di Stabiae, non hanno ancora una collocazione, stipati nelle sale dell’Antiquarium che da museo è divenuto un mero deposito.

Non è per un vezzo degli addetti ai lavori o degli appassionati di archeologia che si sente, forte, l’esigenza di una degna struttura museale per Stabiae. È innanzitutto una questione di tutela e conservazione di uno straordinario patrimonio di arte antica, che consta di un numero notevole di affreschi, nucleo centrale della raccolta, dalla qualità e dal pregio senza eguali. Ed è questo il senso e lo scopo di sensibilizzazione della mostra “Dal buio alla luce”.

Su questa convinzione si sono tenacemente mossi la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Pompei Ercolano Stabia e il Comune di Castellammare, che ha trovato nella persona del Soprintendente Massimo Osanna “una grande volontà alla corretta valorizzazione del sito stabiano”, come egli stesso ha affermato durante la cerimonia d’inaugurazione tenutasi presso la Reggia di Quisisana il 13 giugno.

Il Soprintendente ha parlato dei suoi due obiettivi fondamentali: rendere fruibili le ville romane, in particolare per quanto riguarda gli accessi e lavorare affinché la Reggia di Quisisana diventi un polo museale e incubatore culturale a più livelli, realizzando anche una “Summer School internazionale” di archeologia e restauro, con lo scopo di rilanciare la città di Castellammare dalle altissime potenzialità culturali.

Obiettivi condivisi dal primo cittadino Nicola Cuomo e da Olimpia De Simone che ha curato insieme allo staff e agli Uffici Comunali e della Soprintendenza, la realizzazione della mostra e che ha interrogato Adele Lagi, presente al tavolo dei relatori, sul significato dell’altra grande battaglia per il sito stabiano: l’inserimento nella lista Unesco, insieme con Boscoreale.

La Lagi, referente dell’Ufficio Unesco del Segretariato Generale, si sta occupando della candidatura di Stabiae a sito Unesco. “Inserire un bene nella lista Unesco significa preservarlo per le future generazioni”, dice mentre spiega che la volontà era nata dopo il crollo della Schola armaturarum a Pompei quando si è capito che la zona tutelata dall’Unesco doveva comprendere tutti i siti vesuviani (non solo Pompei, Ercolano eOplontis), che sono, anche nell’immaginario collettivo, un’unica realtà. Quindi, dalla reggia di Portici a Castellammare è la striscia di terra proposta come bene da tutelare per l’umanità futura.

La mostra, primo passo nel cammino della città verso un sistema turistico sostenibile, è stata illustrata dalla responsabile della zona di Stabia, Giovanna Bonifacio, che ha spiegato come, in breve tempo, soprattutto per merito della grande volontà dello staff dei restauratori (Antonino Fattorusso, Luigi Giordano, Teresa Squillante, Pasquale Esposito), si sia realizzata questa piccola ma significativa esposizione di reperti stabiani.

Trentotto i reperti totali da ammirare in 7 sale, tutti di epoca romana corredati da pannelli esplicativi di chiara lettura: 13 i pezzi di instrumentum domesticum da Carmiano, la statua del pastore e il labrum dalla Villa omonima, il cratere dalla Villa San Marco, 4 affreschi e instrumentum domesticum da Villa Arianna, ma il fiore all’occhiello, per la prima volta al pubblico, è il carro rinvenuto nel 1981 in villa Arianna e ricostruito per intero su sagome di acrilico trasparenti.

In periodi difficili come questo, una mostra non vuole e non deve essere una perdita di tempo rispetto alle altre emergenze della città. Dimostrare al pubblico l’importanza del patrimonio culturale stabiano può forse suggerire che è arrivato il tempo di agire, sfruttando quello che si ha a pronta disposizione. Un patrimonio di importanza e valore mondiale.

di Maria Cristina Napolitano (www.ecampania.it)

 

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Il Lupanare a Pompei

Le prostitute erano chiamate lupae, da cui il termine lupanar per identificare i bordelli. Nella città di Pompei ne sono stati individuati circa 25 di vari tipi. Vi erano edifici costruiti all’unico scopo della prostituzione, come quello rinvenuto nella Regio VII,  composto di 10 piccoli ambienti con letti in muratura che venivano ricoperti da materassi. Cinque erano al piano terra, e cinque al piano superiore al quale si accedeva tramite una stretta scaletta di legno. Lungo il corridoio del piano inferiore sono state rinvenute alcune decorazioni murali erotiche, forse una sorta di catalogo che indicava le prestazioni possibili in quel luogo, oppure, più verosimilmente si trattava di immagini tratte da uno schemato veneris, uno dei manuali illustrati dell’ars amatoria scritti nel III-IV secolo a.C. dalle poetesse di Samo Philainis ed Elephantis.

Lupanare

In questo stesso bordello sono stati ritrovati numerosi graffiti ricchi di commenti e nomi che hanno reso possibile l’identificazione di almeno 80 prostitute e clienti. Erano indicate anche le preferenze, o in taluni casi le malattie da contagio diffuse. Si utilizzavano anche metodi antifecondativi, come spalmature di oli abbinate all’introduzione di lana imbevuta di succo di limone.

I lupanari potevano trovarsi, inoltre, ai piani superiori di edifici commerciali come le cupone o le terme, ed in alcuni casi erano costituiti da singole stanze lungo le strade o all’interno delle abitazioni private.

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Nell’antica Roma la prostituzione era comunemente accettata. Anche Catone il Censore, l’austero per antonomasia, secondo Orazio (Satire), vedendo un giovane uscire da un lupanare lo lodò perché aveva sfogato la propria “increscevole libidine” con una prostituta senza godersi la moglie altrui. La clientela era per lo più di bassa estrazione sociale, plebei, mercanti e marinai stranieri di passaggio. Le prostitute erano tutte schiave, ed i loro guadagni venivano interamente incassati dal proprietario detto Lenone. Il prezzo medio era di 2 assi, il costo di una bevuta di vino.

Atlante Farnese

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La statua entrò a far parte della collezione del cardinale Alessandro Farnese nel 1562. Raffigura il titano Atlante che sorregge sulle spalle il globo, sul quale sono rappresentate in bassorilievo quarantatre costellazioni.

La peculiarità della scultura, copia romana del II sec. D.C. di un prototipo ellenistico, è determinata dalla sua unicità, in quanto non esistono altri monumenti figurativi che testimonino, in modo altrettanto completo, l’iconografia della sfera celeste così come era maturata nella cultura astronomica greco-ellenistica.

La sfera celeste è raffigurata come vista dall’esterno, così come apparirebbe ad un osservatore posto al di fuori dell’universo: per questo le immagini delle costellazioni sono rappresentate per lo più di dorso. Tutti gli elementi sono resi a rilievo molto tenue: l’equatore, i tropici e i cerchi boreale e australe.

Sul globo sono rappresentate 43 costellazioni: lungo la fascia ellittica i dodici segni zodiacali, con la costellazione dell’Ariete nel punto equinoziale, corrispondente alla situazione astronomica del IV secolo a.C.; 17 costellazioni nell’emisfero boreale e 14 in quello astrale.

Il globo Farnese costituisce dunque la più antica rappresentazione pervenutaci delle costellazioni, secondo un’iconografia che, nella maggior parte dei casi, è rimasta inalterata nei secoli e che si è tramandata attraverso l’opera di Tolomeo – e delle sue versioni arabe – fino al Rinascimento; proprio in quell’epoca, contemporaneamente all’apparizione dell’Atlante sul mercato antiquariato, ripresero il grande interesse e lo studio dell’astronomia.

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Le Terme di Pompei

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Pompei con le sue testimonianze ha contribuito in modo significativo alla conoscenza della storia delle terme romane. In città sono stati rinvenuti cinque edifici termali pubblici, ed alcune delle abitazioni più ricche, come la Casa del Menandro e la Casa del Labirinto, erano provviste di un’area termale privata.
Le Terme Stabiane, che prendono il loro nome dalla Via di Stabia che le costeggia, sono il più antico stabilimento della città. Esso risale al III sec. a.C., c subì rifacimenti successivi. L’impianto termale ha due ingressi separati, per gli uomini sull’ala sud, e per le donne sull’ala nord. Tra i due settori era posto un ambiente, il praefurnium, in cui erano le caldaie per il riscaldamento. Le intercapedini che correvano sotto il pavimento (generate attraverso colonnine di mattoni chiamate suspensurae) e lungo i muri laterali (create attraverso delle tegole fornite di distanziatori, chiamate tegulae mammatae) venivano attraversate dall’aria caldissima prodotta nel paerfurnium, riscaldando in tal modo gli ambienti termali.
Nell’edificio si possono distinguere diverse fasi architettoniche, una più antica in cui piccole stanze da bagno si affacciavano, secondo la consuetudine greca, su una grande palestra, ed una più recente durante la quale vennero costruiti innovativi ambienti specifici. Come gli spogliatoi (apoditeria), stanze con volte a botte sui cui lati erano disposte delle nicchie per deporre gli abiti; le sale con piscine per i bagni freddi (frigidaria); gli ambienti tiepidi (tepidaria) utilizzati per il relax ed i massaggi; i bagni caldi (calidaria); e le stanze per la detersione con lo strigile (destrictaria).
Al centro della palestra si trova la piscina (natatio) cui si accedeva attraverso due vani lungo i lati brevi, uno dei quali collegato ad un altro ambiente, probabilmente uno spogliatoio con bellissime decorazioni in IV stile raffiguranti Giove, Ercole, un satiro, ninfe e atleti.
In prossimità del Foro si trovano, invece, le Terme denominate, appunto, del Foro. La loro costruzione risale probabilmente ai primi anni della colonia sillana, come testimonia una iscrizione rinvenuta lungo via del Foro, in cui si fa riferimento ai magistrati che appaltarono l’opera. Le Terme del Foro presentano una struttura più semplice e ridotta rispetto a quelle Stabiane. All’impianto si accedeva da più ingressi, dal vico delle Terme per le donne, e da via del Foro e via delle Terme per gli uomini. Il settore maschile e quello femminile si trovano ai lati delle fornaci (praefurnia), ed entrambi erano dotati di un apoditerium, di un frigidarium, un tepidarium ed un calidarium.
Il vano più suggestivo è sicuramente il tepidarium della zona maschile, sia Thermal Baths_Pompeiiper la ben conservata volta decorata con rilievi in stucco, che per i magnifici telamoni in terracotta che ne adornano le pareteti laterali. Di notevole importanza è il sistema di riscaldamento di questa stanza, costituito da un grande braciere in bronzo offerto alla cittadinanza dall’evergeta Marcus Nigidus Vaccula. Il riscaldamento per mezzo di un braciere cadde in disuso verso la fine del I sec. a.C., ma fu reintrodotto in queste terme, probabilmente, in seguito ai danni causati dal terremoto del 62 d.C.
Le più grandi terme, chiamate Terme Centrali, erano ancora in costruzione al momento dell’eruzione. Si iniziò a costruirle dopo il 62 d.C., e per la loro realizzazione si demolirono tutte le case di un’intera insula, da cui si recuperò anche molto materiale di spoglio per la costruzione delle murature. Questa struttura termale era diversa dalle altre rinvenute a Pompei, e presentava innovazioni architettoniche introdotte in epoca imperiale. L’entrata principale era in via di Nola ed era provvista di due piccole stanze, una biglietteria e un, probabile, deposito oggetti. Non vi era un settore femminile (probabilmente uomini e donne utilizzavano l’edificio in orari diversi), e tutti gli ambienti termali erano illuminati da grandi finestroni. Non c’era il frigidarium, e dallo spogliatoio si passava direttamente al tepidarium riscaldato con il sistema delle pareti concamerate, e poi tramite un laconicum (corridoio), al caldarium.
Le Terme Suburbane si trovavano, come indica il nome stesso, all’esterno delle mura, nei pressi di Porta Marina. Furono costruite nei primi decenni del I sec. a. C., ma subirono diverse modifiche nel corso degli anni. Sono di straordinaria bellezza la decorazione a riquadri in stucco del frigidarium, in cui appaiono vittorie alate, amorini e divinità fluviali, e le decorazioni musive e pittoriche rappresentanti paesaggi marini e simboli divini del ninfeo rinvenuto nei medesimi ambienti. Di particolare interesse, inoltre, sono i sedici pannelli erotici dello spogliatoio (tra questi anche una scena saffica) nei quali si riconosce, secondo alcune interpretazioni,  l’esplicita allusione a prestazioni sessuali praticate nell’edificio.
Le Terme del Sarno sono costituite da un grandioso caseggiato su quattro livelli che prende il nome da una pittura in IV stile raffigurante il fiume Sarno. Queste terme furono ricavate nel II sec. a. C. da case preesistenti, ed ampliate nella metà del I sec. a.C., ma furono gravemente danneggiate dal terremoto del 62 d.C. Le stanze termali vere e proprie si trovavano al quarto livello, ed erano ancora in fase di ristrutturazione all’epoca dell’eruzione. Nel frigidarium, oltre alla pittura rappresentante il Sarno, corre un bel fregio ornato con un paesaggio nilotico e pigmei. La palestra, che occupa gran parte del complesso, offre ricche scenografie con atleti e scene di lotta.

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I Mestieri nell’antica Pompei

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Quando nell’80 a. C. divenne colonia romana, Pompei si sviluppò sia dal punto di vista urbanistico che economico. Si ebbe un grande impulso nei commerci grazie alla fertilità del terreno vulcanico, e alla sua ottima posizione geografica, al centro del Golfo e sulla foce del fiume Sarno. Il porto garantiva grande benessere a tutta la città, consentendo l’esportazione di prodotti alimentari, tessili, cosmetici e tanto altro.

Attività economiche di ogni genere erano dislocate in tutta la città, soprattutto lungo via dell’Abbondanza, l’arteria principale della città, così chiamata per il rilievo raffigurante una cornucopia (corno simbolo di abbondanza) rinvenuto su una fontana nei pressi del Foro.

Grazie agli affreschi, alle iscrizioni, e alle insegne, è stato spesso possibile risalire ai nomi dei proprietari delle attività commerciali dislocate in tutta la città. Ricordiamo, ad esempio, i termopoli di Vetutius Placidus ed Asellina, e la fullonica di Sthephanus.

Le varie categorie professionali erano normalmente riunite in corporazioni che, specie in periodo elettorale, avevano un rilevante peso nella amministrazione e nella politica della città.

I mestieri più diffusi erano quelli che si svolgevano all’interno di stabilimenti manifatturieri e nei laboratori. Vi erano i panettieri (pistores), i lavandai (fullones), numerose erano le taverne (thermopolii), e le officine tessili e conciarie (officinae coriarorium). Alcuni commercianti erano ambulanti o proprietari di una bottega come i fruttivendoli (pomarii). Seguivano gli osti, gestori o proprietari di osterie (cauponae) in cui era possibile anche alloggiare, i fabbri (faber), i barbieri (tonsor), i falegnami (lignarius), i marmisti (marmorarius), gli orefici (aurifex), i mosaicisti (museiarii), i pittori (pictores imaginarii o parietarii). Sembra che fossero potentissime le corporazioni dei facchini (saccarii), dei vignaioli (vindemiatores) e dei carrettieri (cisiarii).

 

Fullonica (Lavanderia) di Stephanus

Fullonica (Lavanderia) di Stephanus

Un mestiere ben pagato, di cui ancora oggi si vedono le tracce sui muri dell’antica Pompei, era quello dello scriptor, ovverocolui che dipingeva sui muri a chiare lettere di colore rosso nero o bianco i manifesti che annunciavano spettacoli, vendite, locazioni, o propaganda elettorale.

Una notevole importanza era rivestita dagli agrimensores, tecnici altamente specializzati, in grado di misurare e suddivitere terreni grazie all’utilizzo di teodoliti molto simili a quelli utilizzati dai moderni geometri.

Non vanno dimenticate le Lupae, che praticavano nei Lupanar “il mestiere più antico del mondo”, e i loro protettori detti Lenones.

Ricostruzione di un panificio nell'antica Pompei

Ricostruzione di un panificio nell’antica Pompei

I panifici nell’antica Pompei

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La numerosa presenza di forni e pasticcerie (circa 34) per la produzione e la vendita di prodotti a base di farina, lascia intendere che la panificazione fosse una delle attività più fiorenti della città di Pompei. Gli impianti più grandi (circa 23) erano quasi sempre provvisti di macine, stalla, ed di un quartiere abitativo, ma senza bottega per la vendita diretta.
Il lavoro nella panetteria iniziava con la pesatura del grano, poi il frumento era posto nei mulini dai garzoni dei fornai (pistores). Le macine erano in pietra lavica (catillus), materiale che non lasciava nella farina residui dannosi ai denti. Esse avevano una forma a clessidra e lunghi bracci di legno, ed al loro interno era inserito un elemento conico di dimensioni inferiori (meta). Queste macchine venivano azionate dagli schiavi o dagli asini, che imprimevano loro un movimento rotatorio in grado di triturare il grano. La farina ottenuta veniva successivamente raccolta su una lamina di piombo che ricopriva la base circolare in muratura dei mulini. Seguiva la setacciatura regolata a seconda del tipo di clientela da servire. I setacci a maglia stretta erano utilizzati per ottenere farina molto fine e bianca per i tipi di pane pregiato, quelli a maglia larga per la farina scura e grezza adatta a preparare il pane destinato alla plebe. Quindi, il tutto veniva impastato con acqua e distribuito su assi speciali dove gli si dava la forma richiesta e si infornava.

 

Alcuni tipi di pane erano decorati con anice, semi di papavero, di sesamo e altre essenze fissate sulla crosta con bianco d’uovo. Sembra che solo in epoca tardo-repubblicana si cominciò ad usare il lievito, ottenuto mescolando miglio o crusca a farina acida.
I forni a legna erano realizzati in mattoni (opus latericiumcium), mentre il pavimento dei panifici era fatto di lastre di lava basaltica, lo stesso materiale utilizzato per la pavimentazione delle strade, ciò per facilitare l’andamento degli animali o degli schiavi che spingevano le macine legati alle travi lignee.
Sulla parete esterna del forno del panifico collegato alla casa di N. Popidius Priscus, è stata rinvenuta una lastra in travertino con un fallo in rilievo recante la scritta “hic habitat felicitas“, ora nel Gabinetto segreto del Museo Nazionale di Napoli. La scritta, dal chiaro valore apotropaico, collegava la produzione del pane alla forza generatrice della natura.
Di straordinario interesse sono gli ottantuno pani carbonizzati rinvenuti nella bottega di Modestus. Essi hanno quasi tutti una forma circolare ad otto spicchi, un diametro di circa 20cm, ed un peso medio di circa 580g.

Petra Herculis

Petra Herculis

LA PETRA HERCULIS

A poca distanza dalla foce del fiume Sarno si erge lo Scoglio di Rovigliano, bello e imponente, fiero del carico plurimillenario di storia che conserva.

Plinio nel Naturalis Historia racconta che i pesci della Petra Herculis, presso Stabia, erano così voraci da divorare l’esca senza abboccare all’amo. L’isolotto era, quindi, dedicato a Ercole, il mitologico eroe che dopo aver catturato i buoi di Gerione, compiendo la sua decima fatica, percorse le coste campane sulla via di ritorno per la Grecia (anche la città di Ercolano deve il suo nome a quel mitologico passaggio). Sullo scoglio fu edificato un santuario sacro all’eroe, di cui rimane testimonianza in alcuni frammenti di muri in opus reticulatum risalenti al primo secolo d.C.

Nei secoli immediatamente successivi alla fine dell’Impero Romano, quando Napoli era la capitale di un piccolo ducato autonomo, il tempio di Ercole fu sostituito da un monastero Benedettino dedicato a San Michele Arcangelo. Dopo alcuni secoli di abbandono, nel 1564 il Vicerè spagnolo Don Parafan De Ribeira Duca d’Alcalà fece costruire sullo scoglio una torre di avvistamento per contrastare le incursioni dei pirati saraceni, i quali solevano approvvigionarsi di acqua dolce alla foce del Sarno. L’isolotto assunse, quindi, una funzione militare che mantenne fino all’epoca borbonica, quando fu ulteriormente fortificato per assumere l’aspetto che conserva tutt’oggi. Con l’Unità d’Italia fu abbandonato e, così, condannato all’incuria e al dimenticatoio.