Napoli: miglior (docu)film straniero!!! V parte

“Santa Lucia e il Borgo Marinari”

Lo stato di abbandono finisce miracolosamente nel 1975, anno in cui cominciano i restauri. Oggi, “Castel dell’Ovo”, è praticamente annesso al rione di “Santa Lucia”, nel quartiere San Ferdinando. L’antico “Porto dei Provenzali”, insieme al caratteristico “Borgo Marinari” è un grande archivio cinematografico a cielo aperto, un susseguirsi di location indimenticabili che hanno visto alternarsi i volti più famosi del cinema mondiale. Ma andiamo per ordine! Borgo Santa Lucia, abitato dai lucìani, è il luogo che gli emigranti napoletani vedevano con gli occhi lucidi e la valigia di cartone quando le grandi navi si staccavano dalle banchine del vicino porto per raggiungere le Americhe, la cartolina di addio, l’inquadratura totale della loro bella città natale. Non per dire, la famosissima “Santa Lucia”(inno ufficioso della Svezia) e “Santa Lucia luntana”, memorabili melodie della canzone napoletana, proprio di questo parlano, del ricordo della vita semplice, del calore del sole. Il grande Raffaele Viviani, drammaturgo napoletano, vi ambienta la commedia “Santa Lucia Nova”, due atti, versi e prosa per denunciare la trasformazione dei luoghi, le illusioni che spesso accompagnano la fine dei grandi conflitti mondiali, giochi di potere che finiscono inesorabilmente per schiacciare il passato e tutte le tradizioni, consentendo agli scampati, un presente avido e malato. Via Santa Lucia, Via Orsini, tutte le traverse, Via Chiatamone, il Molosiglio, Via Cesario Console, il Pallonetto … e in mezzo, consentendo all’antico approdo dei coloni greci una posizione privilegiata, quasi avvolgente, “Borgo Marinari”, “Castel dell’Ovo”, “Piazza Vittoria”, “Palazzo Reale”, “Piazza Plebiscito” e il “Monte di Dio”. Già meta rinomata del turismo d’elite organizzato nel cosiddetto “Grand Tour” (siamo nel settecento, un mondo a parte), dopo l’unità d’Italia, anche Santa Lucia, conobbe il suo risanamento: allargamento e rettifica di via Partenope, la triste colmata a mare del 1919, la creazione dell’attuale Rione Orsini e le case popolari al Borgo Marinari (una pazzia!). Matilde Serao, poetessa napoletana, capeggiava la protesta contro i nuovi amministratori, colpevoli di aver danneggiato irrimediabilmente il fascino del borgo. Ferdinando Russo, per provocare “i torinesi”, scrive i famosi versi “’O lucìano d’’o Rre”. Ci sono molte fotografie che ritraggono Santa Lucia prima del cambiamento, una vera e propria corsa alla conservazione moderna del passato: fotografia e pittura! Lo storico rione, in particolar modo la zona cancellata dalla colmata, finisce nei dipinti di van Wittel, Bonavia, Pistorius, Carelli, Ruspini, Vianelli, Achenbach, Solari, Fergola, Dalbono, Caprile, Migliaro, Cangiullo. Cinematograficamente parlando, il risanamento ha consentito ai coniugi Alex e Katherine Joyce (la bellissima Ingrid Bergman), una coppia della middle class inglese a Napoli per sistemare alcune faccende di eredità, di arrivare all’hotel Excelsior (deliziosa costruzione liberty progettata da Giovan Battista Comencini) in piena via Partenope. E’ notte, la lussuosa macchina dei coniugi americani si ferma davanti all’hotel e di quinta, meravigliosa, si staglia la “fontana dell’Immacolatella”: è “Viaggio in Italia”, pellicola del 1954 del grande Roberto Rossellini*. E’ doveroso citare “Maccheroni” di Ettore Scola**, con Jack Lemmon e Marcello Mastroianni e “Lucky Luciano” di Francesco Rosi. Nel film, un grande Gian Maria Volontè nei panni del padrino Salvatore Lucania, in esilio a Napoli, incontra un reporter americano seduto ai tavolini del Bar California, famoso locale dell’epoca ubicato proprio in Via Santa Lucia. Fatto realmente accaduto nel 1960, quando Ian Fleming, per “Thrilling Cities”, intervistò il padrino per arricchire il suo reportage “Made in Italy”.   Altri film ambientati nel borgo, oltre al già citato “Naples” dei fratelli Lumière, sono “I contrabbandieri di Santa Lucia”, di Alfonso Brescia, pellicola del 1979 con Mario Merola che racconta le attività illecite dei pescatori del Pallonetto, alcune scene di “Ieri Oggi e Domani”, episodio di “Adelina”(di questo film parleremo in seguito) e Scusate il ritardo” (1983), di Massimo Troisi, ambientato tra via Andrea Mariconda e l’hotel Excelsior. Il “porticciolo di Santa Lucia”, il “Borgo Marinari” per intenderci, è un posto bellissimo, misterioso, elegante, unico: poche abitazioni oltre al castello, appena sei palazzi a due piani, al centro la piazzetta, la “brutta” fama di essere stato il punto di partenza dei famosi scafi dei contrabbandieri di sigarette e, come ho già detto, valido set cinematografico: Pensavo fosse amore invece era un calesse” (1991), penultimo film di Massimo Troisi, è ambientato proprio lì, in quel piccolo “paesino” ai piedi del castello, dove l’attore di San Giorgio a Cremano, innamorato del borgo, colloca sia il ristorante che gestisce con la vecchia zia, che la libreria della bella Cecilia (Francesca Neri).

Note:

*Altre location per Viaggio in Italia: Museo Nazionale, la sibilla Cumana, il cimitero delle Fontanelle, Capri, la solfatara di Pozzuoli e la mia Pompei.

**Altre location per Maccheroni: Via Partenope; banchina di Santa Lucia; hotel Excelsior; Basilica di Santa Chiara con il Chiostro delle Clarisse, Borgo Marinari, barettino di Galleria Umberto I.

(continua)

Advertisements

Napoli: miglior (docu)film straniero – IV parte

Ma che meraviglia è la “zona di Coroglio”, così mi piace dire. Conosciuta un tempo come la “Rampa dei tedeschi”, in onore delle esplorazioni fatte nella Grotta di Seiano (siamo all’inizio dell’Ottocento), parte dall’estremità della collina di Posillipo e finisce in piena Bagnoli, costeggiando per un lungo tratto l’aria dismessa dell’Italsider. Il toponimo pare derivi dal termine dialettale “curuoglio”, ovvero il torciglione di panno che si schiaccia sul capo quando ci si adopera al trasporto di oggetti pesanti.

Antonio Pitloo - La spiaggia di Coroglio

Antonio Pitloo – La spiaggia di Coroglio

La zona, nell’Ottocento perla del turismo campano, nel secolo successivo fiore all’occhiello dell’industria siderurgica italiana, oggi (in realtà dal 2002), speriamo, è parte essenziale del progetto “Bagnoli Futura”. Pensate: 900 metri di passeggiata a mare, il pontile più lungo d’Europa! All’estrema propaggine della collina di Posillipo, c’è il piccolo isolotto di Nisida (0.5 km di diametro): oggi praticamente inaccessibile in quanto sede dell’Istituto Penale Minorile di Napoli e, cosa poco gradita ai più, base NATO (in realtà l’organizzazione internazionale controlla solo il piccolo porto verso Coroglio).

L'isola di Nisida in una veduta di Francisco Villamena (1652)

L’isola di Nisida in una veduta di Francisco Villamena (1652)

Nisida (dal greco appunto piccola isola) è quasi perfettamente circolare; infatti, mancando di una porzione verso sud-ovest, dove si apre l’insenatura di Porto Paone corrispondente all’antica caldera del vulcano, sembra una mela presa a morsi dalla natura. Nei suoi fondali c’è un molo romano, finito in acqua in seguito a fenomeni di bradisismo, come del resto è successo in molte altre zone dei Campi Flegrei.

In epoca classica, e comunque dopo l’omerica collocazione delle sirene tentatrici di Ulisse proprio nel tratto di mare che la separa da Capri, vi costruirono ville meravigliose Lucio Licinio Lucullo e Marco Giunio Bruto. Il primo per farci feste e cene “luculliane”; il secondo per congiurare insieme all’infame Cassio contro il grande Cesare. Nel XV secolo, Giovanna II d’Angiò, regina di Napoli, ebbe una villa a Nisida ben presto trasformata in castello da difesa. Per vedere Nisida al cinema, coglierne il moderno utilizzo, è necessario vedere “Scugnizzi” di Nanny Loy, film interamente ambientato nel carcere minorile. Per le sirene di Ulisse, invece, molto prima del capolavoro di Mario Camerini con Kirk Douglas e Silvana Mangano nel ruolo di Penelope, “Ulisse”(1955) per l’appunto, è doveroso vedere il film muto “L’Odissea”, del 1911, diretto e interpretato dall’attore napoletano Giuseppe de Liguoro. Per raccontare “l’anima nera” della città di Napoli, Turturro utilizza le famose interviste dietro le sbarre rilasciate dal superboss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo al giornalista Joe Marrazzo. Al padrino, mai pentito, probabilmente invischiato “nell’affaire Moro”, condannato a 4 ergastoli al regime del 41bis e proprietario dal 1980 al 1991 del “Castello Mediceo” di Ottaviano, sono stati dedicati libri (“Un’altra vita” di Francesco De Rosa; “Il Camorrista” di Giuseppe Marrazzo – il più bel libro sulla camorra mai scritto), film (“Il Camorrista” opera prima del premio Oscar Giuseppe Tornatore, tratto proprio dall’opera di Marrazzo) e canzoni, una in particolare, scritta e interpretata dal cantautore genovese Fabrizio De Andrè. “Don Raffaè”, nella pellicola di Turturro, è cantata da Peppe Barra, noto cantante popolare; il quale, rinchiuso a “Castel dell’Ovo”, chiede consiglio al padrino in giacca e cravatta sorseggiando il suo inconfondibile caffè. Cutolo, ora detenuto nel supercarcere di Terni, nella cella un tempo “appartenuta” a Bernardo Provenzano, fu entusiasta della canzone e ringraziò più volte l’autore nelle sue numerose interviste. Ma ritorniamo al “Castrum Ovi” (questo il suo nome in latino), il castello più antico della città, finito in tutte le “inquadrature” panoramiche – cinematografiche e non, dello spettacolare “Golfo di Napoli”.

Castel dell'Ovo - Napoli

Castel dell’Ovo – Napoli

Ubicato tra i quartieri di San Ferdinando e Chiaia, di fronte alla zona di Mergellina, deve il suo nome a quel mago e poeta di Virgilio; il quale, secondo una tanto stravagante quanto antica leggenda, vi nascose un uovo nelle segrete. La sua rottura, proprio come la “non liquefazione” del sangue di San Gennaro, avrebbe provocato sia il crollo dell’edificio che, manco a dirlo, rovinose catastrofi alla città di Napoli. Il castello sorge sull’isolotto di tufo di Megaride, propaggine naturale del monte Echia. Gli storici ritengono sia stato il primo approdo dei Rodii, (siamo parecchi secoli a.C. e nascevano i primi nuclei abitativi di “Partenope”) veri fondatori della nostra Napoli. E’ affascinante fare la sua conoscenza proprio mentre ci si appresta a visitarlo (oggi fortunatamente si può). Scorrere velocemente le varie epoche storiche, il fitto elenco di chi lo ha abitato, gli impieghi, le prigionie, i crolli, i numerosi restauri e sbattere, senza protezioni del caso, contro la più grande sciagura che Napoli e tutto il meridione abbia mai patito: l’Unità d’Italia! Pensate, un progetto del 1871, in pieno “Risanamento” della città di Napoli, prevedeva l’abbattimento del castello per far posto ad un nuovo rione. La data del progetto, evidentemente mai attuato, ci ricorda sostanzialmente che il castello, dall’unione proprietà demaniale, è rimasto in stato d’abbandono per 100 lunghi anni!

(continua)

 PRENOTA IL TUO TOUR DI NAPOLI CON NOI!

Ritrovato un antico porto nel centro di Napoli

Piazza Municipio

 

La realizzazione della Linea 1 della metropolitana di Napoli ha consentito di ricostruire il paesaggio, la topografia e le funzioni della fascia costiera compresa tra i siti di Partenope e di Neapolis.
La stazione di piazza Municipio ricade all’interno di una insenatura oggi scomparsa, estesa tra un promontorio tufaceo individuato da Castel Nuovo alla Stazione marittima e l’area della Chiesa di Santa Maria di Porto Salvo.
A piazza Municipio sono stati rinvenuti i resti del porto (i cui fondali più profondi sono intaccati da fosse di dragaggio databili tra la fine IV e metà III sec. a.C.) del I sec. d.C. con un molo, in pietre calcaree contenute da pali di legno, perpendicolare alla linea di costa, lungo il quale sono abbandonate e lasciate affondare due barche (relitti A e C) e alla fine del II-inizi del III sec. d.C. una terza imbarcazione (relitto B). Agli inizi del V sec. d.C., il bacino portuale si impaluda; in età bassomedievale piazza Municipio, dopo un periodo di abbandono, è interessata dalla presenza di resti di abitazioni intorno a Castel Nuovo, poi distrutte agli inizi del ‘500 per la realizzazione della cinta bastionata.

Da http://www.incampania.com

PRENOTA IL TOUR DI NAPOLI  CON GUIDE AUTORIZZATE ED ARCHEOLOGI

Scavi archeologici in Piazza Municipio

Scavi archeologici in Piazza Municipio

Mappa

Mappa

 

Pompeii – Film

Pompeii in 3 D - Film

Pompeii in 3 D – Film

Pompeii è un film del 2014 diretto da Paul W. S. Anderson e con protagonisti Kit HaringtonEmily BrowningKiefer Sutherland e Jared Harris. Il film sarà distribuito anche in formato 3D nei cinema statunitensi a partire dal 21 febbraio 2014. In Italia invece, sarà distribuito nelle sale dal 20 febbraio 2014.

BOOK YOUR 2 HOURS TOUR OF POMPEII

Pompeii 2 hours tour

Pompeii 2 hours tour

Napoli segreta, le scale delle meraviglie

Più di duecento scale percorrono la città dal mare alla collina. Erano state abbandonate all’incuria. Ora vengono recuperate. Per il trekking urbano e la meraviglia dei turisti.

Scalone monumentale di Montesanto

Scalone monumentale di Montesanto

Duecento scale e forse più, tra “gradonate” e “pedamentine” storiche, percorrono Napoli dal mare alla collina. Un sistema viario antico e intelligente, poi surclassato dalle logiche del trasporto moderno, infine abbandonato all’incuria. E che ora torna a far parlare di sé, complici una rinnovata voglia di lentezza, nuove mode come il trekking urbano e azioni di public art e una ritrovata voglia di riscatto che percorre la Napoli migliore.

Poche settimane fa la Fai Marathon ha riportato sulla trecentesca Pedamentina di San Martino più di 1.500 persone in una sola mattinata, soprattutto napoletani, che per la prima volta hanno percorso la “città obliqua” cantata da Edoardo Bennato. Ma è un comitato civico formato da circa venti associazioni, in testa Legambiente Neapolis 2000 con Wwf Napoli e Cittadinanza Attiva, il vero motore della rinascita: il Coordinamento Recupero Scale di Napoli, questo il nome che si sono dati, da quasi vent’anni incalza le istituzioni impegnate in opere mastodontiche come le metropolitane e dimentiche di queste vie verticali, spesso invisibili, segmentate da gradini, incuneate nel cemento contemporaneo o spalancate su panorami mozzafiato, a tratti cancellate da colate di asfalto.

Manca qualsiasi forma di segnaletica stradale o turistica, e manca pure una mappa turistica completa per orientarsi tra queste scorciatoie ed erte vie: una guida, seppur non esaustiva, è il piccolo volume fotografico di Simone Florena (“Scorciatoie”, Tullio Pironti editore), testi di Francesco Durante e prefazione di Silvio Perrella.

VISITA NAPOLI CON NOI

Ma sono più di 200 i percorsi pedonali censiti dal Coordinamento: 135 scale vere e proprie e 69 “gradonate”, molte in uno stato di completo abbandono e degrado. È la sintassi segreta della città e ne racconta la storia, la cultura e il paesaggio; ma è anche una straordinaria risorsa per una mobilità urbana sostenibile. Da qui il “Manifesto per il recupero delle scale” che stigmatizza le criticità e avanza istanze di tutela e valorizzazione di un patrimonio ancora sottovalutato. Ma qualcosa si inizia a muovere in città. Nel giugno scorso, sullo scalone monumentale di Montesanto, opera del Filangieri del 1880, ha aperto Q.I., Quartiere Intelligente, primo esperimento in città di smart city: dal recupero di un vecchio opificio, di un edificio tardo ottocentesco e di un terreno incolto è nato questo spazio di produzione artistica e non solo. Iniziativa coraggiosa di alcuni privati. Il primo risultato raggiunto è stato quello di riaccendere i riflettori su questa spettacolare scalinata a balze – lungo le quali Vittorio De Sica girò alcune scene del “Giudizio Universale” – riuscendo così a spazzare via siringhe e incuria. La gente è tornata a salire e scendere per queste scale dove periodicamente il Quartiere Intelligente allestisce un mercatino del biologico e del riuso, di sera proietta video d’artista sulla parete verticale di un edificio e nel terreno incolto ha fatto crescere un orto didattico per i bambini del quartiere.

Lo scalone di Montesanto si riallaccia idealmente con la Pedamentina di San Martino, il percorso pedonale più lungo e antico della città: 414 gradini che collegano, rampa dopo rampa, la collina del Vomero con il ventre della città, la Certosa di San Martino con Spaccanapoli. Nelle guide straniere viene segnalata per la bellezza degli scorci: si scende in una dimensione inattesa, fatta di silenzi irreali, vigne e scampoli di campagna, casali riattati e panorami che dilatano lo sguardo. La percorrono i turisti stranieri e i residenti, uniti questi ultimi in un comitato che si batte per la tutela del posto e la sua valorizzazione. La prima rampa che parte dalla balconata di San Martino continua a essere oltraggiata da vetri e bottiglie rotte lanciate di notte dai ragazzi che festeggiano sul piazzale (usanza ottusa, più volte denunciata); ma basta scendere al secondo tornante e la vista del golfo con il Vesuvio riaccende l’incanto. È qui che il violinista Pasquale Nocerino e la moglie Giovanna, ballerina classica, hanno aperto un b&b in un casale che doveva essere una pertinenza della Certosa. L’arte pare sia di casa tra queste scale dove soggiornò anche Baudelaire e dove Marguerite Yourcenar ambienta il racconto “Anna soror”. Pochi giorni fa le prime rampe sono state per la prima volta il set di un’azione di arte pubblica, Flabby Fluo, del collettivo Semmai Factory a cura di Simona Perchiazzi mentre il Teatro Dissolto ha messo in scena i “Racconti del Solstizio” con la musica africana di Ibrahim Drabo.

Pedamentina di San Martino

Pedamentina di San Martino

Quasi in parallelo con la Pedamentina, dall’altra parte della collina del Vomero scende il Petraio, tortuosa fuga di scale che da via Annibale Caccavello giunge sino al corso Vittorio Emanuele. Percorso di pietre che sfiora la Vigna di San Martino (l’appezzamento agricolo di sette ettari un tempo dei monaci e oggi proprietà del gallerista Peppe Morra, Monumento nazionale per la valenza storica e paesaggistica), gli eleganti palazzi liberty del Vomero e i tipici “bassi” partenopei che qui però hanno finestre panoramiche, verande e terrazzini.

Dal corso Vittorio Emanuele partono rampe storiche in salita e in discesa che portano spesso a luoghi incredibili come il complesso di San Nicola da Tolentino dove l’Altra Napoli, la fondazione attiva nel Rione Sanità, ha avviato un progetto di recupero del convento e dei giardini storici con l’apertura di una foresteria.

VISITA NAPOLI CON NOI

Da piazzetta Cariati parte la rampa di Santa Caterina da Siena che scende sino all’omonima chiesa, capolavoro del tardo barocco meridionale e sede di concerti della Fondazione Pietà dei Turchini ( www.iturchini.it ). Si infila nei vicoli dei Quartieri Spagnoli la bella scala di San Pasquale a doppia rampa a curva che passa del tutto inosservata; scende giù sino alla Pignasecca la lunga e ripida via gradinata di Sant’Antonio ai Monti, prolungamento della seicentesca salita Cacciottoli che parte da piazza Leonardo al Vomero: un budello stretto che taglia il tufo giallo napoletano, passa sotto il ponte del Corso Vittorio Emanuele e prosegue tra le porte e le finestre dei bassi con le tv accese, un paio di chiese abbandonate e i panni stesi al sole. Il primo tratto è ben poco invitante, solitario e sporco; il secondo offre spaccati di varia umanità ed emarginazione sociale. Altra storia sono le scale di Santa Maria Apparente e quelle di via Vetriera che conducono, zigzagando tra i vicoli, alle strade eleganti di Chiaia.

Come anche le Rampe Brancaccio e la bella gradinata di Sant’Andrea. A Chiaia sbuca la Calata San Francesco, altro tracciato storico che compare nel 1775 nella mappa della città del Duca di Noja. Le associazioni culturali sul territorio (Insolitaguida, Lo Sguardo che trasforma, Medeart) organizzano visite teatralizzate e passeggiate narrate, perché bisogna percorrerle queste strade per riappropriarsene. Se infatti le pedamentine del Vomero e di Posillipo – come San Pietro ai due Frati, via del Fosso, Marechiaro e su tutte la discesa Gaiola che serpeggiando tra orti e vigneti conduce al parco marino sommerso e alla villa romana di Pausilypon – sono in buone condizioni e quasi tutte percorribili, quelle che collegano la collina di Capodimonte con via Foria versano ancora in uno stato di incuria e abbandono.

Parco archeologico del Pausilypon

Parco archeologico del Pausilypon

Il Moiariello, il “piccolo moggio” che dal Real Orto Botanico sale sino alla Reggia di Capodimonte e all’Osservatorio astronomico voluto dai Borbone sul colle di Miradois, è un percorso che affascina e sgomenta: la chiamano la Posillipo dei poveri per il panorama; un tempo ci salivano le carrozze, oggi ogni rampa è un cumulo di immondizia, carcasse di motorini e scritte vandaliche. Sulla stessa collina si arrampicano anche i gradini Miradois e la Salita della Riccia che culmina proprio all’Osservatorio astronomico, nonché i gradini di Vico Paradisiello.

“Ieri, oggi e domani”, regia di V. De Sica, con Sofia Loren

“Ieri, oggi e domani”, regia di V. De Sica, con Sofia Loren

A monte e a valle ci sono i musei più importanti della città: Capodimonte, il Museo archeologico nazionale e il Madre. Solo questo dovrebbe bastare, come chiedono cittadini e comitati, per mettere in sicurezza percorsi che qualcuno ricorda anche per le scene di “Ieri, oggi e domani”, il film di De Sica con Sofia Loren sui gradini di via Giuseppe Piazzi. Le potenzialità turistiche sono tante. Legambiente, che periodicamente pulisce lo scalone ottocentesco della Principessa Iolanda al Tondo di Capodimonte, promuove il trekking urbano; la pro loco Capodimonte e il Coordinamento Scale si danno da fare, ma non è semplice: quello che era un piccolo borgo rurale in mezzo alla collina verde è oggi la cerniera di collegamento tra Capodimonte e i Miracoli, tra degrado e illegalità. Le due Napoli ancora si fronteggiano.

di D.B.S., Napoli segreta, le scale delle meraviglie, in “L’Espresso”, 15 Gennaio 2014.

VISITA NAPOLI CON NOI

Napoli: miglior (docu)film straniero: Passione! (I parte)

“Ci sono posti in cui vai una volta sola e ti basta.. e poi c’è Napoli” John Turturro

Così comincia Passione” di John Turturro, un film documentario musicale del 2010  interamente girato a Napoli, una raffinata dichiarazione d’amore del regista italoamericano alla città della sirena Partenope, alle bellezze architettoniche, alla sua musica, al Vesuvio che la protegge, ai vicoli e alla gente del popolo che, in fondo, ne ha interpretato la storia, il folklore. Attraverso le canzoni napoletane più belle di sempre, Turturro osserva Napoli, la ascolta, la interroga nella penombra dei vecchi portoni. Il risultato è un film commovente, misterioso: un bel documentario insomma; in cui, su tutti, spicca il cantastorie chef “Don Alfonzo” dell’omonimo ristorante ubicato nel cuore di Napoli; il quale, incoraggiato dallo stesso Turturro, si racconta, canta, e recita, fra le altre cose, “Guaglione” di Viviani. Il film, definito anche jukebox d’autore, è indispensabile se abbiamo voglia di girare in bicicletta per le strade di Napoli, dall’alba al tramonto, canticchiando tutte le canzoni che abbiamo appena sentito anzi, aspettando sereni che circolino nell’aria: come una volta, come sarà sempre.

L’alba è vera meraviglia dai davanzali di marmo che si trovano nello spiazzale antistante la Chiesa di Sant’Antonio a Posillipo. Il belvedere delle “Tredici discese di Sant’Antonio”, per intenderci, e tanto romantico quanto misterioso, spiazzante. E’ proprio lì che Turturro, dopo aver omaggiato il Vesuvio con diverse riprese aeree, contemplato l’imponente bellezza, passeggia ed introduce lo spettatore in quella che resta la sua personalissima visione di Napoli. A metà mattina stiamo camminando a piedi nel Chiostro Grande posto all’interno della Certosa di San Martino,sulla collina di Castel Sant’Elmo. Pieno sole sul marmo grigio e bianco delle arcate, la leggerezza del pavimento sotto i portici e il sapore degli schemi di un tempo, le celle dei frati Certosini disposte intorno al chiostro e l’ignota attribuzione architettonica dello stupefacente risultato finale (attuale) edificato sull’impianto trecentesco. Per alcuni secoli, l’area oggi conosciuta come il Chiostro dei Procuratori, era un grande orto coltivato ad erbe mediche e prodotti agricoli destinati a sfamare la piccola comunità religiosa.

E’ utile girare in bicicletta nei musei a cielo aperto come Napoli perché spesso esse fungono da vere e proprie poltroncine da cui è bello ammirare, per esempio, i palazzi rinascimentali, gli slarghi, i vicoli stretti e lunghi e le numerose chiese.

Passione, ovviamente, ne è pieno.

Continua…

Organizza con noi il tuo tour cinematografico a Napoli!

Viaggio n° 1 – Mergellina e Posillipo attraverso il Cinema

Posillipo

Posillipo

Arriviamo a Napoli la mattina presto, proprio come succede nell’opera prima di Paolo Sorrentino, “L’uomo in più” (2001) e in “Assunta Spina” di Gustavo Serena (1915), capolavoro del cinema muto italiano, adattamento dell’omonimo dramma di Salvatore Di Giacomo. La pellicola, interamente ambientata a Posillipo e Mergellina, ha come protagonista una strepitosa Francesca Bertini. L’inizio del film, vede l’attrice napoletana su di un piccolo pontile di legno con vista sul golfo di Napoli attendere con impazienza l’arrivo del fidanzato. Anche le didascalie di “Sangue Napolitano”, questo il nome con cui è conosciuto il film nel mondo, sottolineano che la collina di Possillipo (Pusilleco in napoletano), bellezza unica che sovrasta Margellina (Mergellina in napoletano), all’epoca era una frazione di Napoli: “Assunta vive nei dintorni di Napoli assieme al padre. Attende l’arrivo del fidanzato, Michele Boccadifuoco”.

assunta_spina_bromundocine_abr1915

Pausilypon, letteralmente dal greco “che fa cessare il dolore”, è il termine giusto per legare gli occhi e l’anima al meraviglioso panorama che si godeva anche tremila anni fa da questa zona di Napoli. La pellicola di Gustavo Serena ne è piena, in voluto contrasto con il dramma della novella digiacomiana. La cena di fidanzamento di Assunta, all’aperto su una grande terrazza, ci regala le luci del Golfo prima, la bellezza ineguagliabile di Palazzo Donn’Anna, dopo. Indimenticabile è il bacio di Assunta e Michele sui davanzali di Via Orazio; così come lo sono, da un punto di vista strettamente cinematografico, sia le passeggiate a piedi nella Villa Comunale che le scarrozzate su Via Posillipo (una strada fatta costruire dall’allora re di Napoli Gioacchino Murat, grande ammiratore di Pusilleco).

Anche “L’uomo in più”, a suo modo, è ambientato a Posillipo e Margellina. La storia, un meraviglioso adattamento che ruota intorno alla vita di due personaggi omonimi, uno calciatore, l’altro cantante confidenziale, ci regala una Napoli “differente”, notturna, gelida. Antonio Pisapia, il mediano, ammira Napoli dalla sua casa sulla collina di Posillipo, ne soffre la bellezza perché è sempre più solo; Tony Pisapia, il cantante, attende malinconico il ritorno dei pescatori appoggiato ad un caratteristico gozzo, l’inquadratura è il controcampo del primo fotogramma di Assunta Spina. Memorabile è la corsa di Tony per Via Caracciolo; l’uomo, inseguito, raggiunge l’acqua scavalcando con agilità i davanzali di quello che forse è il lungomare più bello del mondo. Una barchetta lo attende; da lì a remi, sarebbe arrivato a Capri …

Autore: Bardamù