Napoli: miglior (docu)film straniero!!! V parte

“Santa Lucia e il Borgo Marinari”

Lo stato di abbandono finisce miracolosamente nel 1975, anno in cui cominciano i restauri. Oggi, “Castel dell’Ovo”, è praticamente annesso al rione di “Santa Lucia”, nel quartiere San Ferdinando. L’antico “Porto dei Provenzali”, insieme al caratteristico “Borgo Marinari” è un grande archivio cinematografico a cielo aperto, un susseguirsi di location indimenticabili che hanno visto alternarsi i volti più famosi del cinema mondiale. Ma andiamo per ordine! Borgo Santa Lucia, abitato dai lucìani, è il luogo che gli emigranti napoletani vedevano con gli occhi lucidi e la valigia di cartone quando le grandi navi si staccavano dalle banchine del vicino porto per raggiungere le Americhe, la cartolina di addio, l’inquadratura totale della loro bella città natale. Non per dire, la famosissima “Santa Lucia”(inno ufficioso della Svezia) e “Santa Lucia luntana”, memorabili melodie della canzone napoletana, proprio di questo parlano, del ricordo della vita semplice, del calore del sole. Il grande Raffaele Viviani, drammaturgo napoletano, vi ambienta la commedia “Santa Lucia Nova”, due atti, versi e prosa per denunciare la trasformazione dei luoghi, le illusioni che spesso accompagnano la fine dei grandi conflitti mondiali, giochi di potere che finiscono inesorabilmente per schiacciare il passato e tutte le tradizioni, consentendo agli scampati, un presente avido e malato. Via Santa Lucia, Via Orsini, tutte le traverse, Via Chiatamone, il Molosiglio, Via Cesario Console, il Pallonetto … e in mezzo, consentendo all’antico approdo dei coloni greci una posizione privilegiata, quasi avvolgente, “Borgo Marinari”, “Castel dell’Ovo”, “Piazza Vittoria”, “Palazzo Reale”, “Piazza Plebiscito” e il “Monte di Dio”. Già meta rinomata del turismo d’elite organizzato nel cosiddetto “Grand Tour” (siamo nel settecento, un mondo a parte), dopo l’unità d’Italia, anche Santa Lucia, conobbe il suo risanamento: allargamento e rettifica di via Partenope, la triste colmata a mare del 1919, la creazione dell’attuale Rione Orsini e le case popolari al Borgo Marinari (una pazzia!). Matilde Serao, poetessa napoletana, capeggiava la protesta contro i nuovi amministratori, colpevoli di aver danneggiato irrimediabilmente il fascino del borgo. Ferdinando Russo, per provocare “i torinesi”, scrive i famosi versi “’O lucìano d’’o Rre”. Ci sono molte fotografie che ritraggono Santa Lucia prima del cambiamento, una vera e propria corsa alla conservazione moderna del passato: fotografia e pittura! Lo storico rione, in particolar modo la zona cancellata dalla colmata, finisce nei dipinti di van Wittel, Bonavia, Pistorius, Carelli, Ruspini, Vianelli, Achenbach, Solari, Fergola, Dalbono, Caprile, Migliaro, Cangiullo. Cinematograficamente parlando, il risanamento ha consentito ai coniugi Alex e Katherine Joyce (la bellissima Ingrid Bergman), una coppia della middle class inglese a Napoli per sistemare alcune faccende di eredità, di arrivare all’hotel Excelsior (deliziosa costruzione liberty progettata da Giovan Battista Comencini) in piena via Partenope. E’ notte, la lussuosa macchina dei coniugi americani si ferma davanti all’hotel e di quinta, meravigliosa, si staglia la “fontana dell’Immacolatella”: è “Viaggio in Italia”, pellicola del 1954 del grande Roberto Rossellini*. E’ doveroso citare “Maccheroni” di Ettore Scola**, con Jack Lemmon e Marcello Mastroianni e “Lucky Luciano” di Francesco Rosi. Nel film, un grande Gian Maria Volontè nei panni del padrino Salvatore Lucania, in esilio a Napoli, incontra un reporter americano seduto ai tavolini del Bar California, famoso locale dell’epoca ubicato proprio in Via Santa Lucia. Fatto realmente accaduto nel 1960, quando Ian Fleming, per “Thrilling Cities”, intervistò il padrino per arricchire il suo reportage “Made in Italy”.   Altri film ambientati nel borgo, oltre al già citato “Naples” dei fratelli Lumière, sono “I contrabbandieri di Santa Lucia”, di Alfonso Brescia, pellicola del 1979 con Mario Merola che racconta le attività illecite dei pescatori del Pallonetto, alcune scene di “Ieri Oggi e Domani”, episodio di “Adelina”(di questo film parleremo in seguito) e Scusate il ritardo” (1983), di Massimo Troisi, ambientato tra via Andrea Mariconda e l’hotel Excelsior. Il “porticciolo di Santa Lucia”, il “Borgo Marinari” per intenderci, è un posto bellissimo, misterioso, elegante, unico: poche abitazioni oltre al castello, appena sei palazzi a due piani, al centro la piazzetta, la “brutta” fama di essere stato il punto di partenza dei famosi scafi dei contrabbandieri di sigarette e, come ho già detto, valido set cinematografico: Pensavo fosse amore invece era un calesse” (1991), penultimo film di Massimo Troisi, è ambientato proprio lì, in quel piccolo “paesino” ai piedi del castello, dove l’attore di San Giorgio a Cremano, innamorato del borgo, colloca sia il ristorante che gestisce con la vecchia zia, che la libreria della bella Cecilia (Francesca Neri).

Note:

*Altre location per Viaggio in Italia: Museo Nazionale, la sibilla Cumana, il cimitero delle Fontanelle, Capri, la solfatara di Pozzuoli e la mia Pompei.

**Altre location per Maccheroni: Via Partenope; banchina di Santa Lucia; hotel Excelsior; Basilica di Santa Chiara con il Chiostro delle Clarisse, Borgo Marinari, barettino di Galleria Umberto I.

(continua)

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Napoli: miglior (docu)film straniero – IV parte

Ma che meraviglia è la “zona di Coroglio”, così mi piace dire. Conosciuta un tempo come la “Rampa dei tedeschi”, in onore delle esplorazioni fatte nella Grotta di Seiano (siamo all’inizio dell’Ottocento), parte dall’estremità della collina di Posillipo e finisce in piena Bagnoli, costeggiando per un lungo tratto l’aria dismessa dell’Italsider. Il toponimo pare derivi dal termine dialettale “curuoglio”, ovvero il torciglione di panno che si schiaccia sul capo quando ci si adopera al trasporto di oggetti pesanti.

Antonio Pitloo - La spiaggia di Coroglio

Antonio Pitloo – La spiaggia di Coroglio

La zona, nell’Ottocento perla del turismo campano, nel secolo successivo fiore all’occhiello dell’industria siderurgica italiana, oggi (in realtà dal 2002), speriamo, è parte essenziale del progetto “Bagnoli Futura”. Pensate: 900 metri di passeggiata a mare, il pontile più lungo d’Europa! All’estrema propaggine della collina di Posillipo, c’è il piccolo isolotto di Nisida (0.5 km di diametro): oggi praticamente inaccessibile in quanto sede dell’Istituto Penale Minorile di Napoli e, cosa poco gradita ai più, base NATO (in realtà l’organizzazione internazionale controlla solo il piccolo porto verso Coroglio).

L'isola di Nisida in una veduta di Francisco Villamena (1652)

L’isola di Nisida in una veduta di Francisco Villamena (1652)

Nisida (dal greco appunto piccola isola) è quasi perfettamente circolare; infatti, mancando di una porzione verso sud-ovest, dove si apre l’insenatura di Porto Paone corrispondente all’antica caldera del vulcano, sembra una mela presa a morsi dalla natura. Nei suoi fondali c’è un molo romano, finito in acqua in seguito a fenomeni di bradisismo, come del resto è successo in molte altre zone dei Campi Flegrei.

In epoca classica, e comunque dopo l’omerica collocazione delle sirene tentatrici di Ulisse proprio nel tratto di mare che la separa da Capri, vi costruirono ville meravigliose Lucio Licinio Lucullo e Marco Giunio Bruto. Il primo per farci feste e cene “luculliane”; il secondo per congiurare insieme all’infame Cassio contro il grande Cesare. Nel XV secolo, Giovanna II d’Angiò, regina di Napoli, ebbe una villa a Nisida ben presto trasformata in castello da difesa. Per vedere Nisida al cinema, coglierne il moderno utilizzo, è necessario vedere “Scugnizzi” di Nanny Loy, film interamente ambientato nel carcere minorile. Per le sirene di Ulisse, invece, molto prima del capolavoro di Mario Camerini con Kirk Douglas e Silvana Mangano nel ruolo di Penelope, “Ulisse”(1955) per l’appunto, è doveroso vedere il film muto “L’Odissea”, del 1911, diretto e interpretato dall’attore napoletano Giuseppe de Liguoro. Per raccontare “l’anima nera” della città di Napoli, Turturro utilizza le famose interviste dietro le sbarre rilasciate dal superboss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo al giornalista Joe Marrazzo. Al padrino, mai pentito, probabilmente invischiato “nell’affaire Moro”, condannato a 4 ergastoli al regime del 41bis e proprietario dal 1980 al 1991 del “Castello Mediceo” di Ottaviano, sono stati dedicati libri (“Un’altra vita” di Francesco De Rosa; “Il Camorrista” di Giuseppe Marrazzo – il più bel libro sulla camorra mai scritto), film (“Il Camorrista” opera prima del premio Oscar Giuseppe Tornatore, tratto proprio dall’opera di Marrazzo) e canzoni, una in particolare, scritta e interpretata dal cantautore genovese Fabrizio De Andrè. “Don Raffaè”, nella pellicola di Turturro, è cantata da Peppe Barra, noto cantante popolare; il quale, rinchiuso a “Castel dell’Ovo”, chiede consiglio al padrino in giacca e cravatta sorseggiando il suo inconfondibile caffè. Cutolo, ora detenuto nel supercarcere di Terni, nella cella un tempo “appartenuta” a Bernardo Provenzano, fu entusiasta della canzone e ringraziò più volte l’autore nelle sue numerose interviste. Ma ritorniamo al “Castrum Ovi” (questo il suo nome in latino), il castello più antico della città, finito in tutte le “inquadrature” panoramiche – cinematografiche e non, dello spettacolare “Golfo di Napoli”.

Castel dell'Ovo - Napoli

Castel dell’Ovo – Napoli

Ubicato tra i quartieri di San Ferdinando e Chiaia, di fronte alla zona di Mergellina, deve il suo nome a quel mago e poeta di Virgilio; il quale, secondo una tanto stravagante quanto antica leggenda, vi nascose un uovo nelle segrete. La sua rottura, proprio come la “non liquefazione” del sangue di San Gennaro, avrebbe provocato sia il crollo dell’edificio che, manco a dirlo, rovinose catastrofi alla città di Napoli. Il castello sorge sull’isolotto di tufo di Megaride, propaggine naturale del monte Echia. Gli storici ritengono sia stato il primo approdo dei Rodii, (siamo parecchi secoli a.C. e nascevano i primi nuclei abitativi di “Partenope”) veri fondatori della nostra Napoli. E’ affascinante fare la sua conoscenza proprio mentre ci si appresta a visitarlo (oggi fortunatamente si può). Scorrere velocemente le varie epoche storiche, il fitto elenco di chi lo ha abitato, gli impieghi, le prigionie, i crolli, i numerosi restauri e sbattere, senza protezioni del caso, contro la più grande sciagura che Napoli e tutto il meridione abbia mai patito: l’Unità d’Italia! Pensate, un progetto del 1871, in pieno “Risanamento” della città di Napoli, prevedeva l’abbattimento del castello per far posto ad un nuovo rione. La data del progetto, evidentemente mai attuato, ci ricorda sostanzialmente che il castello, dall’unione proprietà demaniale, è rimasto in stato d’abbandono per 100 lunghi anni!

(continua)

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Napoli: miglior (docu)film straniero (III parte)

 

turturro passione napoli

In via Vergini, nel rione Sanità, c’è il “Palazzo dello Spagnolo”. Eretto nel 1738 su commissione del marchese di Poppano Nicola Moscati, è sostanzialmente il risultato finale della ristrutturazione e riqualificazione, di due lotti ricevuti in gestione dalla moglie. La realizzazione della monumentale scala a doppia rampa, definita ad “ali di falco“, fu pensata come una sorta di luogo di incontro, in cui avveniva una vera e propria vita sociale. Nel film, sulle note della celebre “Comme facette mammeta”, diverse bellezze mediterranee danzano sulle rampe: è energia allo stato puro che finisce letteralmente col travolgere lo spettatore. Nel 1954, Renato Carosone, pianista e compositore napoletano conosciuto in tutto il mondo, compone “Maruzzella”, una delle canzoni napoletane più belle del dopoguerra. Il grido di battaglia “Canta Napoli”, un prodigioso assolo di pianoforte eseguito dallo stesso Carosone e via. Nella pellicola di Turturro, l’interpretazione di Maruzzella è affidata all’attore napoletano Gennaro Cosmo Parlato; il quale, letteralmente posseduto dalla sensualità della melodia, lascia che il pubblico si perda nella bellezza della spiaggia che fronteggia l’isolotto di Nisida. Siamo a Bagnoli, quartiere di Napoli che confina a nord con il comune di Pozzuoli e a sud con il quartiere Posillipo. Il nome Bagnoli deriva probabilmente da balneolis, riferimento ai diversi siti termali che ospitava prima della realizzazione di diversi impianti industriali fra cui le acciaierie dell’Ilva, ex Italsider, attive dall’inizio del ‘900 e dismesse dagli anni novanta. Un primo passo verso la riqualifica di Bagnoli è stato compiuto nel 1987, anno in cui vengono avviate le attività sperimentali della “Città della Scienza”, aperta definitivamente al pubblico nel 1996 e letteralmente “Bruciata” dalla camorra appena un anno fa. Per capire a fondo Bagnoli, le mutazioni malefiche a cui la gente ha assistito negli ultimi trent’anni, ciò che è andato definitivamente perduto, è doveroso leggere “La dismissione” del giornalista napoletano Ermanno Rea. Nel libro di Rea, da cui è stato tratto anche un bellissimo film, è ben chiara, quasi drammatica, la speculazione del sistema politico e industriale a discapito del paesaggio, la cui bellezza è stata contesa dagli stessi dei, e della popolazione, prima esempio operaio e poi immagine contemporanea dell’abbandono più totale. “La stella che non c’è” film del 2006 diretto da Gianni Amelio, pur ispirandosi alle parole di Rea, non è stata girata a Bagnoli, bensì a Genova.

Un altro sito interessante è sicuramente “L’Ippodromo di Agnano”, il più grande d’Italia, già tempio del più grande trottatore vivente, “Il Capitano”, ovvero il mitico “Varenne” e oggi, purtroppo, devastato più di ogni altro ippodromo dalla “crisi”. Nel film cult anni ‘70 “Febbre da Cavallo”, di Steno, gli sfortunati protagonisti (Proietti, Montesano e il mai troppo compianto Francesco De Rosa) dopo tante peripezie raggiungono Agnano e perdono tutto sia ai cavalli che al gioco truffa delle tre campanelle; questa volta la location è la stazione di “Piazza Garibaldi”.

febbre da cavallo Agnano

Agnano è nota anche per le Terme; le quali, in funzione sin dai tempi dei romani, sfruttano l’acqua calda e sulfurea dei Campi Flegrei, zona vulcanica che Omero, poi Virgilio e lo stesso Dante Alighieri indicano come la porta dell’Inferno. E’ interessante quantomeno nominare “la Grotta di Seiano”; essa, scavata dai romani nel tufo, collega Bagnoli alla Baia di Trentaremi dove sono presenti i resti archeologici della Villa Imperiale di Pausilypon. Nel 2007, la grotta è stata usata dal grande Brian Eno per la realizzazione di uno spettacolare “lavoro audiovisivo”. Nell’allestire la sua opera, l’artista ha creato un percorso che dal buio arriva alla luce, e che attraverso un tappeto sonoro di suoni combinati e diffusi ci porta all’illuminazione, alla rappresentazione delle immagini combinate degli schermi.

 

(continua)

 

Autore: Bardamu

Napoli: miglior (docu)film straniero (II parte)

Il corpo centrale del documentario di Turturro è ambientato in pieno centro storico. Napoli, a differenza di altre importanti città italiane, non presenta un gran numero di piazze monumentali prima dell’epoca borbonica. Inoltre, mancando il palazzo comunale, fino “all’Ottocento” non ha mai avuto una piazza principale che la rappresentasse. Napoli, fra le poche città che ha conservato l’antico reticolo per strigas d’impianto greco, con le plateai e stenopoi, poi decumani e cardini in età romana, si lascia attraversare dal regista italoamericano con semplici inquadrature basse che di tanto in tanto, rivelatrici, si innalzano per catturare i raggi del sole che si infrangono sulle facciate dei palazzi monumentali, nei meandri dei vicoli di Forcella e della Sanità. Attratto dai suoni della Napoli popolare, le immagini di Passione raggiungono “La chiesa dei Santi Cosma e Damiano ai Banchi Nuovi”, nel cuore della città. La chiesa, che oggi versa in assoluto degrado, sorge dove prima esisteva la loggia dei Banchi Nuovi, centro nevralgico dove un tempo erano ubicate la maggior parte delle postazioni comunali dei bottegai residenti nelle casupole disseminate lungo i decumani. La facciata dell’edificio, fondato nel 1616, utilizza l’impianto preesistente e quindi, ancora oggi, nei tompagni laterali si aprono due botteghe. Largo Banchi nuovi, di recente, è stato il set principale dello spot della CocaCola: vera e propria profanazione! Da menzionare l’altare settecentesco, sul quale è posta una tela del Donzelli e una della scuola di Luca Giordano. A questo punto, utilizzando una perfetta sconosciuta in stivali bianchi country e le parole di una delle pietre miliari della canzone napoletana, “I’ te vurria vasà”, Turturro ci porta in Piazza San Domenico, una delle piazze più importanti di Napoli, ubicata lungo il decumano inferiore. L’amore infelice dell’autore Vincenzo Russo per Enrichetta Marchese, il poeta spiantato che perde la testa per la figlia del ricco commerciante che, manco a dirlo ne osteggia l’unione è la buona sintesi della canzone più ascoltata al mondo dopo ‘O Sole mio; a musicare le due indimenticabili canzoni il mai troppo compianto Eduardo Di Capua. La leggenda vuole che lo sfortunato compositore, accanito giocatore, abbia composto la musica dei versi dell’amico Russo nella notte fra l’1 ed il 2 gennaio 1900, dopo aver perso una grossa somma di denaro. Oggi la piazza è unicamente a transito pedonale, ma quando Pasquale Squitieri, noto esponente del cinema italiano, gira la scena finale del film “Naso di Cane” le macchine in transito coprono parte della sagoma del killer Ciro Mele; l’uomo, al termine della sua sanguinosa fuga, viene abbattuto proprio lì, ai piedi dell’obelisco di San Domenico; esso, progettato da Francesco Antonio Picchiatti e voluto dal popolo come ringraziamento per essere scampati alla peste, custodisce nel basamento il simbolo della città: la sirena Partenope. È uno dei luoghi più significativi della città, Piazza San Domenico, storicamente il limite orientale delle mura greche di Neapolis. La piazza, voluta da Alfonso I di Napoli è l’inizio di un magnifico pomeriggio a Napoli. Dopo aver ammirato la facciata in stile orientale della chiesa basilicale di San Domenico Maggiore, la preoccupante vicinanza della Cappella Sansevero, obbliga l’uomo sano di mente a pagare un biglietto ed entrare nel luogo più controverso di Napoli, perdere la testa un paio d’ore, uscire e raggiungere lo slargo contornato da palazzi monumentali senza pensare a quello che si è appena visto. La piazza è circondata da imponenti edifici nobiliari: Palazzo Petrucci, Palazzo Saluzzo di Corigliano e Palazzo di Sangro di Casacalenda. Poco più in là: chiesa di Sant’Angelo a Nilo, presso l’omonima piazza, palazzo Carafa della Spina e, palazzo di Sangro, proprietà della di famiglia dei principi di Sansevero. La piazza è attraversata da due importanti vie della città: Spaccanapoli (est-ovest) e via Mezzocannone (sud-nord). Prima di recarsi alle vicine piazzetta Nilo e piazza del Gesù Nuovo, una bella sfogliatella da Scaturchio, celebre pasticceria napoletana ubicata proprio in Piazza San Domenico maggiore.

continua..

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Autore: Bardamù

Napoli: miglior (docu)film straniero: Passione! (I parte)

“Ci sono posti in cui vai una volta sola e ti basta.. e poi c’è Napoli” John Turturro

Così comincia Passione” di John Turturro, un film documentario musicale del 2010  interamente girato a Napoli, una raffinata dichiarazione d’amore del regista italoamericano alla città della sirena Partenope, alle bellezze architettoniche, alla sua musica, al Vesuvio che la protegge, ai vicoli e alla gente del popolo che, in fondo, ne ha interpretato la storia, il folklore. Attraverso le canzoni napoletane più belle di sempre, Turturro osserva Napoli, la ascolta, la interroga nella penombra dei vecchi portoni. Il risultato è un film commovente, misterioso: un bel documentario insomma; in cui, su tutti, spicca il cantastorie chef “Don Alfonzo” dell’omonimo ristorante ubicato nel cuore di Napoli; il quale, incoraggiato dallo stesso Turturro, si racconta, canta, e recita, fra le altre cose, “Guaglione” di Viviani. Il film, definito anche jukebox d’autore, è indispensabile se abbiamo voglia di girare in bicicletta per le strade di Napoli, dall’alba al tramonto, canticchiando tutte le canzoni che abbiamo appena sentito anzi, aspettando sereni che circolino nell’aria: come una volta, come sarà sempre.

L’alba è vera meraviglia dai davanzali di marmo che si trovano nello spiazzale antistante la Chiesa di Sant’Antonio a Posillipo. Il belvedere delle “Tredici discese di Sant’Antonio”, per intenderci, e tanto romantico quanto misterioso, spiazzante. E’ proprio lì che Turturro, dopo aver omaggiato il Vesuvio con diverse riprese aeree, contemplato l’imponente bellezza, passeggia ed introduce lo spettatore in quella che resta la sua personalissima visione di Napoli. A metà mattina stiamo camminando a piedi nel Chiostro Grande posto all’interno della Certosa di San Martino,sulla collina di Castel Sant’Elmo. Pieno sole sul marmo grigio e bianco delle arcate, la leggerezza del pavimento sotto i portici e il sapore degli schemi di un tempo, le celle dei frati Certosini disposte intorno al chiostro e l’ignota attribuzione architettonica dello stupefacente risultato finale (attuale) edificato sull’impianto trecentesco. Per alcuni secoli, l’area oggi conosciuta come il Chiostro dei Procuratori, era un grande orto coltivato ad erbe mediche e prodotti agricoli destinati a sfamare la piccola comunità religiosa.

E’ utile girare in bicicletta nei musei a cielo aperto come Napoli perché spesso esse fungono da vere e proprie poltroncine da cui è bello ammirare, per esempio, i palazzi rinascimentali, gli slarghi, i vicoli stretti e lunghi e le numerose chiese.

Passione, ovviamente, ne è pieno.

Continua…

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Viaggio n° 1 – Mergellina e Posillipo attraverso il Cinema

Posillipo

Posillipo

Arriviamo a Napoli la mattina presto, proprio come succede nell’opera prima di Paolo Sorrentino, “L’uomo in più” (2001) e in “Assunta Spina” di Gustavo Serena (1915), capolavoro del cinema muto italiano, adattamento dell’omonimo dramma di Salvatore Di Giacomo. La pellicola, interamente ambientata a Posillipo e Mergellina, ha come protagonista una strepitosa Francesca Bertini. L’inizio del film, vede l’attrice napoletana su di un piccolo pontile di legno con vista sul golfo di Napoli attendere con impazienza l’arrivo del fidanzato. Anche le didascalie di “Sangue Napolitano”, questo il nome con cui è conosciuto il film nel mondo, sottolineano che la collina di Possillipo (Pusilleco in napoletano), bellezza unica che sovrasta Margellina (Mergellina in napoletano), all’epoca era una frazione di Napoli: “Assunta vive nei dintorni di Napoli assieme al padre. Attende l’arrivo del fidanzato, Michele Boccadifuoco”.

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Pausilypon, letteralmente dal greco “che fa cessare il dolore”, è il termine giusto per legare gli occhi e l’anima al meraviglioso panorama che si godeva anche tremila anni fa da questa zona di Napoli. La pellicola di Gustavo Serena ne è piena, in voluto contrasto con il dramma della novella digiacomiana. La cena di fidanzamento di Assunta, all’aperto su una grande terrazza, ci regala le luci del Golfo prima, la bellezza ineguagliabile di Palazzo Donn’Anna, dopo. Indimenticabile è il bacio di Assunta e Michele sui davanzali di Via Orazio; così come lo sono, da un punto di vista strettamente cinematografico, sia le passeggiate a piedi nella Villa Comunale che le scarrozzate su Via Posillipo (una strada fatta costruire dall’allora re di Napoli Gioacchino Murat, grande ammiratore di Pusilleco).

Anche “L’uomo in più”, a suo modo, è ambientato a Posillipo e Margellina. La storia, un meraviglioso adattamento che ruota intorno alla vita di due personaggi omonimi, uno calciatore, l’altro cantante confidenziale, ci regala una Napoli “differente”, notturna, gelida. Antonio Pisapia, il mediano, ammira Napoli dalla sua casa sulla collina di Posillipo, ne soffre la bellezza perché è sempre più solo; Tony Pisapia, il cantante, attende malinconico il ritorno dei pescatori appoggiato ad un caratteristico gozzo, l’inquadratura è il controcampo del primo fotogramma di Assunta Spina. Memorabile è la corsa di Tony per Via Caracciolo; l’uomo, inseguito, raggiunge l’acqua scavalcando con agilità i davanzali di quello che forse è il lungomare più bello del mondo. Una barchetta lo attende; da lì a remi, sarebbe arrivato a Capri …

Autore: Bardamù

Napoli, il fascismo e la sua fine

“Napoli, il fascismo e la sua fine”

1920. A questo punto la nostra storia diventa triste. E’ l’avvento del regime fascista, un trentennio di goffi tentativi di  restaurare i fasti della Roma imperiale, un meschino accentramento del potere che umilia l’arte e toglie irrimediabilmente al popolo specifiche emozioni legate al tempo. Nel 1920, una circolare dell’Ufficio che si occupa della censura precisa che non verrà più concesso il nulla osta a quei film che risultano indegni della bellezza di Napoli. Mai più immagini con posteggiatori, scugnizzi, vicoli sporchi, gente dedicata al dolce far niente. Il commento di Emilio Pastore sulla rivista torinese “La vita cinematografica”, è senza alcun dubbio una pazzia: “Sembra impossibile! Che proprio non si possa trattare argomenti popolari senza far vibrare il raggio obliquo della malavita. Seriamente non vi sembra, cari signori cinemato-folkroristici italiani, che sarebbe ora di finirla di mostrare l’Italia e al mondo Napoli, regina del mare, incoronata dal fuoco, ammantata di sole, adagiata sulla spuma delle onde, Napoli di cui ogni italiano è fiero, di mostrarla, come la patria degli straccioni dei sudicioni, dei morti di fame! Smettetela, signori miei, e se non avete niente altro da fare, andate a suonare l’organetto per strada”. La censura stronca la maggior parte dei capolavori girati da Elvira Coda Notari, Emanuele Rotondi, Mario Negri e tanti altri pionieri del cinema che non mancheremo di elogiare nel nostro percorso.

1946. Dopo il crollo del fascismo, Napoli, diventa il palcoscenico ideale dove ambientare drammi e passioni; la patria delle più fortunate commedie all’italiana e dei “musicarielli”. Proveremo a camminare per la città ricordando tutti i film che abbiamo visto negli anni, le indimenticabili immagini “preferite” dai registi più rappresentativi del cinema mondiale. Proveremo a spiegare cosa significa amare una città che in fondo ha cambiato colore, inquadratura, trama. Cercheremo di ritrovare insieme le immagini scomparse per sempre e con gli occhi della gente che incontreremo, solo alla fine, potremmo dire di essere stati in un grande film … senza fine.

 

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Mussolini a Napoli per l’anniversario della storica adunata delle Camicie Nere

Autore: Bardamu