Napoli: miglior (docu)film straniero – IV parte

Ma che meraviglia è la “zona di Coroglio”, così mi piace dire. Conosciuta un tempo come la “Rampa dei tedeschi”, in onore delle esplorazioni fatte nella Grotta di Seiano (siamo all’inizio dell’Ottocento), parte dall’estremità della collina di Posillipo e finisce in piena Bagnoli, costeggiando per un lungo tratto l’aria dismessa dell’Italsider. Il toponimo pare derivi dal termine dialettale “curuoglio”, ovvero il torciglione di panno che si schiaccia sul capo quando ci si adopera al trasporto di oggetti pesanti.

Antonio Pitloo - La spiaggia di Coroglio

Antonio Pitloo – La spiaggia di Coroglio

La zona, nell’Ottocento perla del turismo campano, nel secolo successivo fiore all’occhiello dell’industria siderurgica italiana, oggi (in realtà dal 2002), speriamo, è parte essenziale del progetto “Bagnoli Futura”. Pensate: 900 metri di passeggiata a mare, il pontile più lungo d’Europa! All’estrema propaggine della collina di Posillipo, c’è il piccolo isolotto di Nisida (0.5 km di diametro): oggi praticamente inaccessibile in quanto sede dell’Istituto Penale Minorile di Napoli e, cosa poco gradita ai più, base NATO (in realtà l’organizzazione internazionale controlla solo il piccolo porto verso Coroglio).

L'isola di Nisida in una veduta di Francisco Villamena (1652)

L’isola di Nisida in una veduta di Francisco Villamena (1652)

Nisida (dal greco appunto piccola isola) è quasi perfettamente circolare; infatti, mancando di una porzione verso sud-ovest, dove si apre l’insenatura di Porto Paone corrispondente all’antica caldera del vulcano, sembra una mela presa a morsi dalla natura. Nei suoi fondali c’è un molo romano, finito in acqua in seguito a fenomeni di bradisismo, come del resto è successo in molte altre zone dei Campi Flegrei.

In epoca classica, e comunque dopo l’omerica collocazione delle sirene tentatrici di Ulisse proprio nel tratto di mare che la separa da Capri, vi costruirono ville meravigliose Lucio Licinio Lucullo e Marco Giunio Bruto. Il primo per farci feste e cene “luculliane”; il secondo per congiurare insieme all’infame Cassio contro il grande Cesare. Nel XV secolo, Giovanna II d’Angiò, regina di Napoli, ebbe una villa a Nisida ben presto trasformata in castello da difesa. Per vedere Nisida al cinema, coglierne il moderno utilizzo, è necessario vedere “Scugnizzi” di Nanny Loy, film interamente ambientato nel carcere minorile. Per le sirene di Ulisse, invece, molto prima del capolavoro di Mario Camerini con Kirk Douglas e Silvana Mangano nel ruolo di Penelope, “Ulisse”(1955) per l’appunto, è doveroso vedere il film muto “L’Odissea”, del 1911, diretto e interpretato dall’attore napoletano Giuseppe de Liguoro. Per raccontare “l’anima nera” della città di Napoli, Turturro utilizza le famose interviste dietro le sbarre rilasciate dal superboss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo al giornalista Joe Marrazzo. Al padrino, mai pentito, probabilmente invischiato “nell’affaire Moro”, condannato a 4 ergastoli al regime del 41bis e proprietario dal 1980 al 1991 del “Castello Mediceo” di Ottaviano, sono stati dedicati libri (“Un’altra vita” di Francesco De Rosa; “Il Camorrista” di Giuseppe Marrazzo – il più bel libro sulla camorra mai scritto), film (“Il Camorrista” opera prima del premio Oscar Giuseppe Tornatore, tratto proprio dall’opera di Marrazzo) e canzoni, una in particolare, scritta e interpretata dal cantautore genovese Fabrizio De Andrè. “Don Raffaè”, nella pellicola di Turturro, è cantata da Peppe Barra, noto cantante popolare; il quale, rinchiuso a “Castel dell’Ovo”, chiede consiglio al padrino in giacca e cravatta sorseggiando il suo inconfondibile caffè. Cutolo, ora detenuto nel supercarcere di Terni, nella cella un tempo “appartenuta” a Bernardo Provenzano, fu entusiasta della canzone e ringraziò più volte l’autore nelle sue numerose interviste. Ma ritorniamo al “Castrum Ovi” (questo il suo nome in latino), il castello più antico della città, finito in tutte le “inquadrature” panoramiche – cinematografiche e non, dello spettacolare “Golfo di Napoli”.

Castel dell'Ovo - Napoli

Castel dell’Ovo – Napoli

Ubicato tra i quartieri di San Ferdinando e Chiaia, di fronte alla zona di Mergellina, deve il suo nome a quel mago e poeta di Virgilio; il quale, secondo una tanto stravagante quanto antica leggenda, vi nascose un uovo nelle segrete. La sua rottura, proprio come la “non liquefazione” del sangue di San Gennaro, avrebbe provocato sia il crollo dell’edificio che, manco a dirlo, rovinose catastrofi alla città di Napoli. Il castello sorge sull’isolotto di tufo di Megaride, propaggine naturale del monte Echia. Gli storici ritengono sia stato il primo approdo dei Rodii, (siamo parecchi secoli a.C. e nascevano i primi nuclei abitativi di “Partenope”) veri fondatori della nostra Napoli. E’ affascinante fare la sua conoscenza proprio mentre ci si appresta a visitarlo (oggi fortunatamente si può). Scorrere velocemente le varie epoche storiche, il fitto elenco di chi lo ha abitato, gli impieghi, le prigionie, i crolli, i numerosi restauri e sbattere, senza protezioni del caso, contro la più grande sciagura che Napoli e tutto il meridione abbia mai patito: l’Unità d’Italia! Pensate, un progetto del 1871, in pieno “Risanamento” della città di Napoli, prevedeva l’abbattimento del castello per far posto ad un nuovo rione. La data del progetto, evidentemente mai attuato, ci ricorda sostanzialmente che il castello, dall’unione proprietà demaniale, è rimasto in stato d’abbandono per 100 lunghi anni!

(continua)

 PRENOTA IL TUO TOUR DI NAPOLI CON NOI!

Advertisements

Castellammare di Stabia, i reperti archeologici tornano fruibili. La mostra “Dal buio alla luce”

“Dal buio alla luce” al Palazzo Reale di Quisisana, titolo suggestivo e carico di significato per la mostra archeologica accolta con grande favore di pubblico e definita dal Soprintendente Massimo Osanna “semplice ma di grande effetto: perché a parlare è lo spessore dei reperti stessi”.

Reggia Quisisana

 

 

La mostra non racconta solo una storia. Non racconta solo, come ci si aspetterebbe, la vicenda archeologica del sito e dei reperti, ma è anche la denuncia della mancata realizzazione di un museo in Città. Racconta la fruibilità negata al territorio e all’umanità del suo patrimonio culturale per la “reclusione” dei reperti all’interno del vecchioAntiquarium ormai chiuso da 17 anni. E racconta anche una clamorosa esclusione: il mancato inserimento di Stabiae come sito Unesco, nell’ambito del sito seriale Pompei, Ercolano, Oplonti.

L’Antiquarium stabiano è stato aperto per volere del preside Libero d’Orsi, artefice della ripresa delle esplorazioni archeologiche sulla collina di Varano nel 1950, ed è stato chiuso nel 1997 a causa di lavori strutturali che dovevano interessare le sale del piccolo museo. Ma quel contenitore museale doveva essere solo temporaneo, già lo era nelle intenzioni del suo istitutore.

Da allora numerosi sono stati i progetti per il nuovo museo. La Villa Gabola negli anni’80, poi la Reggia di Quisisana restaurata con 16 milioni di euro di fondi CIPE e che avrebbe dovuto ospitare una scuola di restauro. Nel 2007 ulteriori risorse sono state assegnate dalla Regione Campania per realizzare il Museo Archeologico Stabiano a Quisisana.

Stabiae

 

Successivamente, nel 2010 è stato approvato il “Piano di utilizzo e gestione del Palazzo Reale di Quisisana” con una convenzione tra Mibact, Regione Campania, Provincia di Napoli, Città di Castellammare di Stabia, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Il piano fu approvato dal consiglio comunale e oggetto di una delibera di approvazione da parte della Giunta della Campania nel marzo 2010. Ma da allora non c’è stato alcun esito per il museo.

Senza voler cercare il capro espiatorio ad ogni costo, il passato è passato, nonostante è di archeologia che si parli, ad oggi gli 8000 reperti di Stabiae, non hanno ancora una collocazione, stipati nelle sale dell’Antiquarium che da museo è divenuto un mero deposito.

Non è per un vezzo degli addetti ai lavori o degli appassionati di archeologia che si sente, forte, l’esigenza di una degna struttura museale per Stabiae. È innanzitutto una questione di tutela e conservazione di uno straordinario patrimonio di arte antica, che consta di un numero notevole di affreschi, nucleo centrale della raccolta, dalla qualità e dal pregio senza eguali. Ed è questo il senso e lo scopo di sensibilizzazione della mostra “Dal buio alla luce”.

Su questa convinzione si sono tenacemente mossi la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Pompei Ercolano Stabia e il Comune di Castellammare, che ha trovato nella persona del Soprintendente Massimo Osanna “una grande volontà alla corretta valorizzazione del sito stabiano”, come egli stesso ha affermato durante la cerimonia d’inaugurazione tenutasi presso la Reggia di Quisisana il 13 giugno.

Il Soprintendente ha parlato dei suoi due obiettivi fondamentali: rendere fruibili le ville romane, in particolare per quanto riguarda gli accessi e lavorare affinché la Reggia di Quisisana diventi un polo museale e incubatore culturale a più livelli, realizzando anche una “Summer School internazionale” di archeologia e restauro, con lo scopo di rilanciare la città di Castellammare dalle altissime potenzialità culturali.

Obiettivi condivisi dal primo cittadino Nicola Cuomo e da Olimpia De Simone che ha curato insieme allo staff e agli Uffici Comunali e della Soprintendenza, la realizzazione della mostra e che ha interrogato Adele Lagi, presente al tavolo dei relatori, sul significato dell’altra grande battaglia per il sito stabiano: l’inserimento nella lista Unesco, insieme con Boscoreale.

La Lagi, referente dell’Ufficio Unesco del Segretariato Generale, si sta occupando della candidatura di Stabiae a sito Unesco. “Inserire un bene nella lista Unesco significa preservarlo per le future generazioni”, dice mentre spiega che la volontà era nata dopo il crollo della Schola armaturarum a Pompei quando si è capito che la zona tutelata dall’Unesco doveva comprendere tutti i siti vesuviani (non solo Pompei, Ercolano eOplontis), che sono, anche nell’immaginario collettivo, un’unica realtà. Quindi, dalla reggia di Portici a Castellammare è la striscia di terra proposta come bene da tutelare per l’umanità futura.

La mostra, primo passo nel cammino della città verso un sistema turistico sostenibile, è stata illustrata dalla responsabile della zona di Stabia, Giovanna Bonifacio, che ha spiegato come, in breve tempo, soprattutto per merito della grande volontà dello staff dei restauratori (Antonino Fattorusso, Luigi Giordano, Teresa Squillante, Pasquale Esposito), si sia realizzata questa piccola ma significativa esposizione di reperti stabiani.

Trentotto i reperti totali da ammirare in 7 sale, tutti di epoca romana corredati da pannelli esplicativi di chiara lettura: 13 i pezzi di instrumentum domesticum da Carmiano, la statua del pastore e il labrum dalla Villa omonima, il cratere dalla Villa San Marco, 4 affreschi e instrumentum domesticum da Villa Arianna, ma il fiore all’occhiello, per la prima volta al pubblico, è il carro rinvenuto nel 1981 in villa Arianna e ricostruito per intero su sagome di acrilico trasparenti.

In periodi difficili come questo, una mostra non vuole e non deve essere una perdita di tempo rispetto alle altre emergenze della città. Dimostrare al pubblico l’importanza del patrimonio culturale stabiano può forse suggerire che è arrivato il tempo di agire, sfruttando quello che si ha a pronta disposizione. Un patrimonio di importanza e valore mondiale.

di Maria Cristina Napolitano (www.ecampania.it)

 

PRENOTA UN TOUR DELLE VILLE DI STABIA CON NOI!

Ritrovato un antico porto nel centro di Napoli

Piazza Municipio

 

La realizzazione della Linea 1 della metropolitana di Napoli ha consentito di ricostruire il paesaggio, la topografia e le funzioni della fascia costiera compresa tra i siti di Partenope e di Neapolis.
La stazione di piazza Municipio ricade all’interno di una insenatura oggi scomparsa, estesa tra un promontorio tufaceo individuato da Castel Nuovo alla Stazione marittima e l’area della Chiesa di Santa Maria di Porto Salvo.
A piazza Municipio sono stati rinvenuti i resti del porto (i cui fondali più profondi sono intaccati da fosse di dragaggio databili tra la fine IV e metà III sec. a.C.) del I sec. d.C. con un molo, in pietre calcaree contenute da pali di legno, perpendicolare alla linea di costa, lungo il quale sono abbandonate e lasciate affondare due barche (relitti A e C) e alla fine del II-inizi del III sec. d.C. una terza imbarcazione (relitto B). Agli inizi del V sec. d.C., il bacino portuale si impaluda; in età bassomedievale piazza Municipio, dopo un periodo di abbandono, è interessata dalla presenza di resti di abitazioni intorno a Castel Nuovo, poi distrutte agli inizi del ‘500 per la realizzazione della cinta bastionata.

Da http://www.incampania.com

PRENOTA IL TOUR DI NAPOLI  CON GUIDE AUTORIZZATE ED ARCHEOLOGI

Scavi archeologici in Piazza Municipio

Scavi archeologici in Piazza Municipio

Mappa

Mappa

 

Pompeii – Film

Pompeii in 3 D - Film

Pompeii in 3 D – Film

Pompeii è un film del 2014 diretto da Paul W. S. Anderson e con protagonisti Kit HaringtonEmily BrowningKiefer Sutherland e Jared Harris. Il film sarà distribuito anche in formato 3D nei cinema statunitensi a partire dal 21 febbraio 2014. In Italia invece, sarà distribuito nelle sale dal 20 febbraio 2014.

BOOK YOUR 2 HOURS TOUR OF POMPEII

Pompeii 2 hours tour

Pompeii 2 hours tour

Napoli segreta, le scale delle meraviglie

Più di duecento scale percorrono la città dal mare alla collina. Erano state abbandonate all’incuria. Ora vengono recuperate. Per il trekking urbano e la meraviglia dei turisti.

Scalone monumentale di Montesanto

Scalone monumentale di Montesanto

Duecento scale e forse più, tra “gradonate” e “pedamentine” storiche, percorrono Napoli dal mare alla collina. Un sistema viario antico e intelligente, poi surclassato dalle logiche del trasporto moderno, infine abbandonato all’incuria. E che ora torna a far parlare di sé, complici una rinnovata voglia di lentezza, nuove mode come il trekking urbano e azioni di public art e una ritrovata voglia di riscatto che percorre la Napoli migliore.

Poche settimane fa la Fai Marathon ha riportato sulla trecentesca Pedamentina di San Martino più di 1.500 persone in una sola mattinata, soprattutto napoletani, che per la prima volta hanno percorso la “città obliqua” cantata da Edoardo Bennato. Ma è un comitato civico formato da circa venti associazioni, in testa Legambiente Neapolis 2000 con Wwf Napoli e Cittadinanza Attiva, il vero motore della rinascita: il Coordinamento Recupero Scale di Napoli, questo il nome che si sono dati, da quasi vent’anni incalza le istituzioni impegnate in opere mastodontiche come le metropolitane e dimentiche di queste vie verticali, spesso invisibili, segmentate da gradini, incuneate nel cemento contemporaneo o spalancate su panorami mozzafiato, a tratti cancellate da colate di asfalto.

Manca qualsiasi forma di segnaletica stradale o turistica, e manca pure una mappa turistica completa per orientarsi tra queste scorciatoie ed erte vie: una guida, seppur non esaustiva, è il piccolo volume fotografico di Simone Florena (“Scorciatoie”, Tullio Pironti editore), testi di Francesco Durante e prefazione di Silvio Perrella.

VISITA NAPOLI CON NOI

Ma sono più di 200 i percorsi pedonali censiti dal Coordinamento: 135 scale vere e proprie e 69 “gradonate”, molte in uno stato di completo abbandono e degrado. È la sintassi segreta della città e ne racconta la storia, la cultura e il paesaggio; ma è anche una straordinaria risorsa per una mobilità urbana sostenibile. Da qui il “Manifesto per il recupero delle scale” che stigmatizza le criticità e avanza istanze di tutela e valorizzazione di un patrimonio ancora sottovalutato. Ma qualcosa si inizia a muovere in città. Nel giugno scorso, sullo scalone monumentale di Montesanto, opera del Filangieri del 1880, ha aperto Q.I., Quartiere Intelligente, primo esperimento in città di smart city: dal recupero di un vecchio opificio, di un edificio tardo ottocentesco e di un terreno incolto è nato questo spazio di produzione artistica e non solo. Iniziativa coraggiosa di alcuni privati. Il primo risultato raggiunto è stato quello di riaccendere i riflettori su questa spettacolare scalinata a balze – lungo le quali Vittorio De Sica girò alcune scene del “Giudizio Universale” – riuscendo così a spazzare via siringhe e incuria. La gente è tornata a salire e scendere per queste scale dove periodicamente il Quartiere Intelligente allestisce un mercatino del biologico e del riuso, di sera proietta video d’artista sulla parete verticale di un edificio e nel terreno incolto ha fatto crescere un orto didattico per i bambini del quartiere.

Lo scalone di Montesanto si riallaccia idealmente con la Pedamentina di San Martino, il percorso pedonale più lungo e antico della città: 414 gradini che collegano, rampa dopo rampa, la collina del Vomero con il ventre della città, la Certosa di San Martino con Spaccanapoli. Nelle guide straniere viene segnalata per la bellezza degli scorci: si scende in una dimensione inattesa, fatta di silenzi irreali, vigne e scampoli di campagna, casali riattati e panorami che dilatano lo sguardo. La percorrono i turisti stranieri e i residenti, uniti questi ultimi in un comitato che si batte per la tutela del posto e la sua valorizzazione. La prima rampa che parte dalla balconata di San Martino continua a essere oltraggiata da vetri e bottiglie rotte lanciate di notte dai ragazzi che festeggiano sul piazzale (usanza ottusa, più volte denunciata); ma basta scendere al secondo tornante e la vista del golfo con il Vesuvio riaccende l’incanto. È qui che il violinista Pasquale Nocerino e la moglie Giovanna, ballerina classica, hanno aperto un b&b in un casale che doveva essere una pertinenza della Certosa. L’arte pare sia di casa tra queste scale dove soggiornò anche Baudelaire e dove Marguerite Yourcenar ambienta il racconto “Anna soror”. Pochi giorni fa le prime rampe sono state per la prima volta il set di un’azione di arte pubblica, Flabby Fluo, del collettivo Semmai Factory a cura di Simona Perchiazzi mentre il Teatro Dissolto ha messo in scena i “Racconti del Solstizio” con la musica africana di Ibrahim Drabo.

Pedamentina di San Martino

Pedamentina di San Martino

Quasi in parallelo con la Pedamentina, dall’altra parte della collina del Vomero scende il Petraio, tortuosa fuga di scale che da via Annibale Caccavello giunge sino al corso Vittorio Emanuele. Percorso di pietre che sfiora la Vigna di San Martino (l’appezzamento agricolo di sette ettari un tempo dei monaci e oggi proprietà del gallerista Peppe Morra, Monumento nazionale per la valenza storica e paesaggistica), gli eleganti palazzi liberty del Vomero e i tipici “bassi” partenopei che qui però hanno finestre panoramiche, verande e terrazzini.

Dal corso Vittorio Emanuele partono rampe storiche in salita e in discesa che portano spesso a luoghi incredibili come il complesso di San Nicola da Tolentino dove l’Altra Napoli, la fondazione attiva nel Rione Sanità, ha avviato un progetto di recupero del convento e dei giardini storici con l’apertura di una foresteria.

VISITA NAPOLI CON NOI

Da piazzetta Cariati parte la rampa di Santa Caterina da Siena che scende sino all’omonima chiesa, capolavoro del tardo barocco meridionale e sede di concerti della Fondazione Pietà dei Turchini ( www.iturchini.it ). Si infila nei vicoli dei Quartieri Spagnoli la bella scala di San Pasquale a doppia rampa a curva che passa del tutto inosservata; scende giù sino alla Pignasecca la lunga e ripida via gradinata di Sant’Antonio ai Monti, prolungamento della seicentesca salita Cacciottoli che parte da piazza Leonardo al Vomero: un budello stretto che taglia il tufo giallo napoletano, passa sotto il ponte del Corso Vittorio Emanuele e prosegue tra le porte e le finestre dei bassi con le tv accese, un paio di chiese abbandonate e i panni stesi al sole. Il primo tratto è ben poco invitante, solitario e sporco; il secondo offre spaccati di varia umanità ed emarginazione sociale. Altra storia sono le scale di Santa Maria Apparente e quelle di via Vetriera che conducono, zigzagando tra i vicoli, alle strade eleganti di Chiaia.

Come anche le Rampe Brancaccio e la bella gradinata di Sant’Andrea. A Chiaia sbuca la Calata San Francesco, altro tracciato storico che compare nel 1775 nella mappa della città del Duca di Noja. Le associazioni culturali sul territorio (Insolitaguida, Lo Sguardo che trasforma, Medeart) organizzano visite teatralizzate e passeggiate narrate, perché bisogna percorrerle queste strade per riappropriarsene. Se infatti le pedamentine del Vomero e di Posillipo – come San Pietro ai due Frati, via del Fosso, Marechiaro e su tutte la discesa Gaiola che serpeggiando tra orti e vigneti conduce al parco marino sommerso e alla villa romana di Pausilypon – sono in buone condizioni e quasi tutte percorribili, quelle che collegano la collina di Capodimonte con via Foria versano ancora in uno stato di incuria e abbandono.

Parco archeologico del Pausilypon

Parco archeologico del Pausilypon

Il Moiariello, il “piccolo moggio” che dal Real Orto Botanico sale sino alla Reggia di Capodimonte e all’Osservatorio astronomico voluto dai Borbone sul colle di Miradois, è un percorso che affascina e sgomenta: la chiamano la Posillipo dei poveri per il panorama; un tempo ci salivano le carrozze, oggi ogni rampa è un cumulo di immondizia, carcasse di motorini e scritte vandaliche. Sulla stessa collina si arrampicano anche i gradini Miradois e la Salita della Riccia che culmina proprio all’Osservatorio astronomico, nonché i gradini di Vico Paradisiello.

“Ieri, oggi e domani”, regia di V. De Sica, con Sofia Loren

“Ieri, oggi e domani”, regia di V. De Sica, con Sofia Loren

A monte e a valle ci sono i musei più importanti della città: Capodimonte, il Museo archeologico nazionale e il Madre. Solo questo dovrebbe bastare, come chiedono cittadini e comitati, per mettere in sicurezza percorsi che qualcuno ricorda anche per le scene di “Ieri, oggi e domani”, il film di De Sica con Sofia Loren sui gradini di via Giuseppe Piazzi. Le potenzialità turistiche sono tante. Legambiente, che periodicamente pulisce lo scalone ottocentesco della Principessa Iolanda al Tondo di Capodimonte, promuove il trekking urbano; la pro loco Capodimonte e il Coordinamento Scale si danno da fare, ma non è semplice: quello che era un piccolo borgo rurale in mezzo alla collina verde è oggi la cerniera di collegamento tra Capodimonte e i Miracoli, tra degrado e illegalità. Le due Napoli ancora si fronteggiano.

di D.B.S., Napoli segreta, le scale delle meraviglie, in “L’Espresso”, 15 Gennaio 2014.

VISITA NAPOLI CON NOI

Una mostra “impossibile” a San Domenico Maggiore a Napoli

I capolavori di Leonardo, Raffaello e Caravaggio riprodotti in digitale.

Per cinque mesi, fino al 14 aprile, al convento di San Domenico Maggiore c’è “Una mostra impossibile  –  L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità digitale“.

165426594-6123e44c-c2c0-4127-a971-0685f6a86318

Contattaci per un tour di Napoli!

Impossibile? Sì, perché in esposizione ci sono 117 riproduzioni di dipinti e affreschi dei tre grandi artisti su pannelli retroilluminati in dimensione reale, ad altissima risoluzione e in ordine rigorosamente cronologico.

Il progetto, ideato e diretto da Renato Parascandolo, direzione scientifica di Ferdinando Bologna, sta girando l’Italia da qualche anno e il mondo, da Chicago a Malta.

165427774-2fbae50d-3c48-472e-ad30-4964b6101a8d 165427653-21da083e-bfbe-4837-8211-c0f35508ed42 165427536-4bfc2e04-dd21-405e-be69-4f11bdae53cf

Tra le opere in mostra al Convento, restaurato grazie all’associazione Polo Culturale Pietrasanta “L’ultima cena”, la “Gioconda” e “La Scapigliata” di Leonardo, “Doppio ritratto di uomini” e la “Madonna di Foligno” di Raffaello e “Bacchino malato” e “I bari” di Caravaggio. “La copia vale in quanto rimanda all’originale, non per sé”, ricorda lo storico dell’arte Salvatore Settis. La mostra, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, è patrocinata dal Forum delle Culture ed è realizzata dalla Rai, Comune di Napoli, Polo Pietrasanta con Ministero dei Beni culturali e dell’Istruzione e Accademia delle Belle Arti.

Tutti i giorni dalle 10 alle 22, ingresso 5 euro

 

Contattaci per un tour di Napoli!

Napoli: miglior (docu)film straniero (III parte)

 

turturro passione napoli

In via Vergini, nel rione Sanità, c’è il “Palazzo dello Spagnolo”. Eretto nel 1738 su commissione del marchese di Poppano Nicola Moscati, è sostanzialmente il risultato finale della ristrutturazione e riqualificazione, di due lotti ricevuti in gestione dalla moglie. La realizzazione della monumentale scala a doppia rampa, definita ad “ali di falco“, fu pensata come una sorta di luogo di incontro, in cui avveniva una vera e propria vita sociale. Nel film, sulle note della celebre “Comme facette mammeta”, diverse bellezze mediterranee danzano sulle rampe: è energia allo stato puro che finisce letteralmente col travolgere lo spettatore. Nel 1954, Renato Carosone, pianista e compositore napoletano conosciuto in tutto il mondo, compone “Maruzzella”, una delle canzoni napoletane più belle del dopoguerra. Il grido di battaglia “Canta Napoli”, un prodigioso assolo di pianoforte eseguito dallo stesso Carosone e via. Nella pellicola di Turturro, l’interpretazione di Maruzzella è affidata all’attore napoletano Gennaro Cosmo Parlato; il quale, letteralmente posseduto dalla sensualità della melodia, lascia che il pubblico si perda nella bellezza della spiaggia che fronteggia l’isolotto di Nisida. Siamo a Bagnoli, quartiere di Napoli che confina a nord con il comune di Pozzuoli e a sud con il quartiere Posillipo. Il nome Bagnoli deriva probabilmente da balneolis, riferimento ai diversi siti termali che ospitava prima della realizzazione di diversi impianti industriali fra cui le acciaierie dell’Ilva, ex Italsider, attive dall’inizio del ‘900 e dismesse dagli anni novanta. Un primo passo verso la riqualifica di Bagnoli è stato compiuto nel 1987, anno in cui vengono avviate le attività sperimentali della “Città della Scienza”, aperta definitivamente al pubblico nel 1996 e letteralmente “Bruciata” dalla camorra appena un anno fa. Per capire a fondo Bagnoli, le mutazioni malefiche a cui la gente ha assistito negli ultimi trent’anni, ciò che è andato definitivamente perduto, è doveroso leggere “La dismissione” del giornalista napoletano Ermanno Rea. Nel libro di Rea, da cui è stato tratto anche un bellissimo film, è ben chiara, quasi drammatica, la speculazione del sistema politico e industriale a discapito del paesaggio, la cui bellezza è stata contesa dagli stessi dei, e della popolazione, prima esempio operaio e poi immagine contemporanea dell’abbandono più totale. “La stella che non c’è” film del 2006 diretto da Gianni Amelio, pur ispirandosi alle parole di Rea, non è stata girata a Bagnoli, bensì a Genova.

Un altro sito interessante è sicuramente “L’Ippodromo di Agnano”, il più grande d’Italia, già tempio del più grande trottatore vivente, “Il Capitano”, ovvero il mitico “Varenne” e oggi, purtroppo, devastato più di ogni altro ippodromo dalla “crisi”. Nel film cult anni ‘70 “Febbre da Cavallo”, di Steno, gli sfortunati protagonisti (Proietti, Montesano e il mai troppo compianto Francesco De Rosa) dopo tante peripezie raggiungono Agnano e perdono tutto sia ai cavalli che al gioco truffa delle tre campanelle; questa volta la location è la stazione di “Piazza Garibaldi”.

febbre da cavallo Agnano

Agnano è nota anche per le Terme; le quali, in funzione sin dai tempi dei romani, sfruttano l’acqua calda e sulfurea dei Campi Flegrei, zona vulcanica che Omero, poi Virgilio e lo stesso Dante Alighieri indicano come la porta dell’Inferno. E’ interessante quantomeno nominare “la Grotta di Seiano”; essa, scavata dai romani nel tufo, collega Bagnoli alla Baia di Trentaremi dove sono presenti i resti archeologici della Villa Imperiale di Pausilypon. Nel 2007, la grotta è stata usata dal grande Brian Eno per la realizzazione di uno spettacolare “lavoro audiovisivo”. Nell’allestire la sua opera, l’artista ha creato un percorso che dal buio arriva alla luce, e che attraverso un tappeto sonoro di suoni combinati e diffusi ci porta all’illuminazione, alla rappresentazione delle immagini combinate degli schermi.

 

(continua)

 

Autore: Bardamu