Una mostra “impossibile” a San Domenico Maggiore a Napoli

I capolavori di Leonardo, Raffaello e Caravaggio riprodotti in digitale.

Per cinque mesi, fino al 14 aprile, al convento di San Domenico Maggiore c’è “Una mostra impossibile  –  L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità digitale“.

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Impossibile? Sì, perché in esposizione ci sono 117 riproduzioni di dipinti e affreschi dei tre grandi artisti su pannelli retroilluminati in dimensione reale, ad altissima risoluzione e in ordine rigorosamente cronologico.

Il progetto, ideato e diretto da Renato Parascandolo, direzione scientifica di Ferdinando Bologna, sta girando l’Italia da qualche anno e il mondo, da Chicago a Malta.

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Tra le opere in mostra al Convento, restaurato grazie all’associazione Polo Culturale Pietrasanta “L’ultima cena”, la “Gioconda” e “La Scapigliata” di Leonardo, “Doppio ritratto di uomini” e la “Madonna di Foligno” di Raffaello e “Bacchino malato” e “I bari” di Caravaggio. “La copia vale in quanto rimanda all’originale, non per sé”, ricorda lo storico dell’arte Salvatore Settis. La mostra, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, è patrocinata dal Forum delle Culture ed è realizzata dalla Rai, Comune di Napoli, Polo Pietrasanta con Ministero dei Beni culturali e dell’Istruzione e Accademia delle Belle Arti.

Tutti i giorni dalle 10 alle 22, ingresso 5 euro

 

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Gli argenti della Casa del Menandro

Argenti casa del menandro

 

Un vero e proprio tesoro! Sono gli argenti rinvenuti nella Casa del Menandro a Pompei il 5 dicembre 1930 in un ambiente sotterraneo, 118 oggetti comprendenti coppe, tazze, bicchieri e brocche per bere (argentum potorium), piatti e vassoi per mangiare (argentum escarium), cucchiai, mestoli, pepiere ed altri oggetti, due specchi (argentum balneare).

Il servizio, dal peso complessivo di circa 24 chilogrammi, era custodito sul fondo di una cassa di legno avvolto in pezze di lana e tele e nella parte superiore erano stati riposti i gioielli di famiglia e un gruzzolo di monete d’oro e d’argento.

Casa argenteria casa del menandroAlcune delle coppe per bere, tutte realizzate in coppia tranne un bicchiere con raffigurazione di uccelli, documentano la migliore produzione orafa della tarda età repubblicana e della prima età imperiale.

Gli oggetti sono decorati a sbalzo con motivi decorativi diversi: due coppe con scene paesaggistiche, due con la rappresentazione delle 12 fatiche di Ercole, due con scene del mito dionisiaco, due con la corsa di bighe e due con rami di ulivo.

Argenteria casa del menandroInoltre troviamo i bicchieri in lamina d’argento sottile, le brocchette a bocca trilobata, un’anforetta, gli attingitoi con un lungo manico orizzontale, piccoli mestoli e il provino da vino.

Il vasellame per mangiare è composta da un set di quattro esemplari per ogni forma: piatti, piattelli, coppe e coppette, sostegni, portauova ed il grande piatto che serviva per portare il cibo in tavola. Un vassoio portavivande completa il servizio con una grande coppa con un emblema aureo al centro che si suppone venisse esposta sulla tavola.

Recipienti modellati utilizzati per contenere acqua per attingere le mani durante il banchetto si presentano riccamente decorati sul retro con un personaggio giovanile rappresentato di profilo e l’altro circolare con un anello di sospensione nella parte posteriore.

Casa del menandro pianta

L’intero servizio è attualmente conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

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Napoli: miglior (docu)film straniero (III parte)

 

turturro passione napoli

In via Vergini, nel rione Sanità, c’è il “Palazzo dello Spagnolo”. Eretto nel 1738 su commissione del marchese di Poppano Nicola Moscati, è sostanzialmente il risultato finale della ristrutturazione e riqualificazione, di due lotti ricevuti in gestione dalla moglie. La realizzazione della monumentale scala a doppia rampa, definita ad “ali di falco“, fu pensata come una sorta di luogo di incontro, in cui avveniva una vera e propria vita sociale. Nel film, sulle note della celebre “Comme facette mammeta”, diverse bellezze mediterranee danzano sulle rampe: è energia allo stato puro che finisce letteralmente col travolgere lo spettatore. Nel 1954, Renato Carosone, pianista e compositore napoletano conosciuto in tutto il mondo, compone “Maruzzella”, una delle canzoni napoletane più belle del dopoguerra. Il grido di battaglia “Canta Napoli”, un prodigioso assolo di pianoforte eseguito dallo stesso Carosone e via. Nella pellicola di Turturro, l’interpretazione di Maruzzella è affidata all’attore napoletano Gennaro Cosmo Parlato; il quale, letteralmente posseduto dalla sensualità della melodia, lascia che il pubblico si perda nella bellezza della spiaggia che fronteggia l’isolotto di Nisida. Siamo a Bagnoli, quartiere di Napoli che confina a nord con il comune di Pozzuoli e a sud con il quartiere Posillipo. Il nome Bagnoli deriva probabilmente da balneolis, riferimento ai diversi siti termali che ospitava prima della realizzazione di diversi impianti industriali fra cui le acciaierie dell’Ilva, ex Italsider, attive dall’inizio del ‘900 e dismesse dagli anni novanta. Un primo passo verso la riqualifica di Bagnoli è stato compiuto nel 1987, anno in cui vengono avviate le attività sperimentali della “Città della Scienza”, aperta definitivamente al pubblico nel 1996 e letteralmente “Bruciata” dalla camorra appena un anno fa. Per capire a fondo Bagnoli, le mutazioni malefiche a cui la gente ha assistito negli ultimi trent’anni, ciò che è andato definitivamente perduto, è doveroso leggere “La dismissione” del giornalista napoletano Ermanno Rea. Nel libro di Rea, da cui è stato tratto anche un bellissimo film, è ben chiara, quasi drammatica, la speculazione del sistema politico e industriale a discapito del paesaggio, la cui bellezza è stata contesa dagli stessi dei, e della popolazione, prima esempio operaio e poi immagine contemporanea dell’abbandono più totale. “La stella che non c’è” film del 2006 diretto da Gianni Amelio, pur ispirandosi alle parole di Rea, non è stata girata a Bagnoli, bensì a Genova.

Un altro sito interessante è sicuramente “L’Ippodromo di Agnano”, il più grande d’Italia, già tempio del più grande trottatore vivente, “Il Capitano”, ovvero il mitico “Varenne” e oggi, purtroppo, devastato più di ogni altro ippodromo dalla “crisi”. Nel film cult anni ‘70 “Febbre da Cavallo”, di Steno, gli sfortunati protagonisti (Proietti, Montesano e il mai troppo compianto Francesco De Rosa) dopo tante peripezie raggiungono Agnano e perdono tutto sia ai cavalli che al gioco truffa delle tre campanelle; questa volta la location è la stazione di “Piazza Garibaldi”.

febbre da cavallo Agnano

Agnano è nota anche per le Terme; le quali, in funzione sin dai tempi dei romani, sfruttano l’acqua calda e sulfurea dei Campi Flegrei, zona vulcanica che Omero, poi Virgilio e lo stesso Dante Alighieri indicano come la porta dell’Inferno. E’ interessante quantomeno nominare “la Grotta di Seiano”; essa, scavata dai romani nel tufo, collega Bagnoli alla Baia di Trentaremi dove sono presenti i resti archeologici della Villa Imperiale di Pausilypon. Nel 2007, la grotta è stata usata dal grande Brian Eno per la realizzazione di uno spettacolare “lavoro audiovisivo”. Nell’allestire la sua opera, l’artista ha creato un percorso che dal buio arriva alla luce, e che attraverso un tappeto sonoro di suoni combinati e diffusi ci porta all’illuminazione, alla rappresentazione delle immagini combinate degli schermi.

 

(continua)

 

Autore: Bardamu

Napoli: miglior (docu)film straniero (II parte)

Il corpo centrale del documentario di Turturro è ambientato in pieno centro storico. Napoli, a differenza di altre importanti città italiane, non presenta un gran numero di piazze monumentali prima dell’epoca borbonica. Inoltre, mancando il palazzo comunale, fino “all’Ottocento” non ha mai avuto una piazza principale che la rappresentasse. Napoli, fra le poche città che ha conservato l’antico reticolo per strigas d’impianto greco, con le plateai e stenopoi, poi decumani e cardini in età romana, si lascia attraversare dal regista italoamericano con semplici inquadrature basse che di tanto in tanto, rivelatrici, si innalzano per catturare i raggi del sole che si infrangono sulle facciate dei palazzi monumentali, nei meandri dei vicoli di Forcella e della Sanità. Attratto dai suoni della Napoli popolare, le immagini di Passione raggiungono “La chiesa dei Santi Cosma e Damiano ai Banchi Nuovi”, nel cuore della città. La chiesa, che oggi versa in assoluto degrado, sorge dove prima esisteva la loggia dei Banchi Nuovi, centro nevralgico dove un tempo erano ubicate la maggior parte delle postazioni comunali dei bottegai residenti nelle casupole disseminate lungo i decumani. La facciata dell’edificio, fondato nel 1616, utilizza l’impianto preesistente e quindi, ancora oggi, nei tompagni laterali si aprono due botteghe. Largo Banchi nuovi, di recente, è stato il set principale dello spot della CocaCola: vera e propria profanazione! Da menzionare l’altare settecentesco, sul quale è posta una tela del Donzelli e una della scuola di Luca Giordano. A questo punto, utilizzando una perfetta sconosciuta in stivali bianchi country e le parole di una delle pietre miliari della canzone napoletana, “I’ te vurria vasà”, Turturro ci porta in Piazza San Domenico, una delle piazze più importanti di Napoli, ubicata lungo il decumano inferiore. L’amore infelice dell’autore Vincenzo Russo per Enrichetta Marchese, il poeta spiantato che perde la testa per la figlia del ricco commerciante che, manco a dirlo ne osteggia l’unione è la buona sintesi della canzone più ascoltata al mondo dopo ‘O Sole mio; a musicare le due indimenticabili canzoni il mai troppo compianto Eduardo Di Capua. La leggenda vuole che lo sfortunato compositore, accanito giocatore, abbia composto la musica dei versi dell’amico Russo nella notte fra l’1 ed il 2 gennaio 1900, dopo aver perso una grossa somma di denaro. Oggi la piazza è unicamente a transito pedonale, ma quando Pasquale Squitieri, noto esponente del cinema italiano, gira la scena finale del film “Naso di Cane” le macchine in transito coprono parte della sagoma del killer Ciro Mele; l’uomo, al termine della sua sanguinosa fuga, viene abbattuto proprio lì, ai piedi dell’obelisco di San Domenico; esso, progettato da Francesco Antonio Picchiatti e voluto dal popolo come ringraziamento per essere scampati alla peste, custodisce nel basamento il simbolo della città: la sirena Partenope. È uno dei luoghi più significativi della città, Piazza San Domenico, storicamente il limite orientale delle mura greche di Neapolis. La piazza, voluta da Alfonso I di Napoli è l’inizio di un magnifico pomeriggio a Napoli. Dopo aver ammirato la facciata in stile orientale della chiesa basilicale di San Domenico Maggiore, la preoccupante vicinanza della Cappella Sansevero, obbliga l’uomo sano di mente a pagare un biglietto ed entrare nel luogo più controverso di Napoli, perdere la testa un paio d’ore, uscire e raggiungere lo slargo contornato da palazzi monumentali senza pensare a quello che si è appena visto. La piazza è circondata da imponenti edifici nobiliari: Palazzo Petrucci, Palazzo Saluzzo di Corigliano e Palazzo di Sangro di Casacalenda. Poco più in là: chiesa di Sant’Angelo a Nilo, presso l’omonima piazza, palazzo Carafa della Spina e, palazzo di Sangro, proprietà della di famiglia dei principi di Sansevero. La piazza è attraversata da due importanti vie della città: Spaccanapoli (est-ovest) e via Mezzocannone (sud-nord). Prima di recarsi alle vicine piazzetta Nilo e piazza del Gesù Nuovo, una bella sfogliatella da Scaturchio, celebre pasticceria napoletana ubicata proprio in Piazza San Domenico maggiore.

continua..

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Autore: Bardamù

Napoli: miglior (docu)film straniero: Passione! (I parte)

“Ci sono posti in cui vai una volta sola e ti basta.. e poi c’è Napoli” John Turturro

Così comincia Passione” di John Turturro, un film documentario musicale del 2010  interamente girato a Napoli, una raffinata dichiarazione d’amore del regista italoamericano alla città della sirena Partenope, alle bellezze architettoniche, alla sua musica, al Vesuvio che la protegge, ai vicoli e alla gente del popolo che, in fondo, ne ha interpretato la storia, il folklore. Attraverso le canzoni napoletane più belle di sempre, Turturro osserva Napoli, la ascolta, la interroga nella penombra dei vecchi portoni. Il risultato è un film commovente, misterioso: un bel documentario insomma; in cui, su tutti, spicca il cantastorie chef “Don Alfonzo” dell’omonimo ristorante ubicato nel cuore di Napoli; il quale, incoraggiato dallo stesso Turturro, si racconta, canta, e recita, fra le altre cose, “Guaglione” di Viviani. Il film, definito anche jukebox d’autore, è indispensabile se abbiamo voglia di girare in bicicletta per le strade di Napoli, dall’alba al tramonto, canticchiando tutte le canzoni che abbiamo appena sentito anzi, aspettando sereni che circolino nell’aria: come una volta, come sarà sempre.

L’alba è vera meraviglia dai davanzali di marmo che si trovano nello spiazzale antistante la Chiesa di Sant’Antonio a Posillipo. Il belvedere delle “Tredici discese di Sant’Antonio”, per intenderci, e tanto romantico quanto misterioso, spiazzante. E’ proprio lì che Turturro, dopo aver omaggiato il Vesuvio con diverse riprese aeree, contemplato l’imponente bellezza, passeggia ed introduce lo spettatore in quella che resta la sua personalissima visione di Napoli. A metà mattina stiamo camminando a piedi nel Chiostro Grande posto all’interno della Certosa di San Martino,sulla collina di Castel Sant’Elmo. Pieno sole sul marmo grigio e bianco delle arcate, la leggerezza del pavimento sotto i portici e il sapore degli schemi di un tempo, le celle dei frati Certosini disposte intorno al chiostro e l’ignota attribuzione architettonica dello stupefacente risultato finale (attuale) edificato sull’impianto trecentesco. Per alcuni secoli, l’area oggi conosciuta come il Chiostro dei Procuratori, era un grande orto coltivato ad erbe mediche e prodotti agricoli destinati a sfamare la piccola comunità religiosa.

E’ utile girare in bicicletta nei musei a cielo aperto come Napoli perché spesso esse fungono da vere e proprie poltroncine da cui è bello ammirare, per esempio, i palazzi rinascimentali, gli slarghi, i vicoli stretti e lunghi e le numerose chiese.

Passione, ovviamente, ne è pieno.

Continua…

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Giornate Europee del Patrimonio 2013 – ingresso gratuito negli scavi di Pompei

Sabato 28 Settembre 2013 – ingresso gratuito negli scavi di Pompei

Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo anche quest’anno aderisce alle Giornate Europee del Patrimonio 2013, ideate nel 1991 dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione europea con l’intento di potenziare e favorire il dialogo e lo scambio in ambito cu lturale tra i Paesi europei.
In Italia la manifestazione avrà luogo il giorno sabato 28 settembre 2013 e prevederà anche l’apertura notturna dalle 20 alle 24 per quegli istituti che partecipano al progetto “Una notte al Museo”, che in via eccezionale saranno aperti gratuitamente.

Al fine di favorire la conoscenza del patrimonio culturale italiano verranno organizzate numerose iniziative sull’intero territorio nazionale e saranno aperti al pubblico gratuitamente tutti i luoghi della cultura statali.
A questi si affiancheranno i luoghi d’arte appartenenti ad altre realtà (Istituzioni, Enti) che vorranno aderire alla manifestazione.

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Viaggio n° 1 – Mergellina e Posillipo attraverso il Cinema

Posillipo

Posillipo

Arriviamo a Napoli la mattina presto, proprio come succede nell’opera prima di Paolo Sorrentino, “L’uomo in più” (2001) e in “Assunta Spina” di Gustavo Serena (1915), capolavoro del cinema muto italiano, adattamento dell’omonimo dramma di Salvatore Di Giacomo. La pellicola, interamente ambientata a Posillipo e Mergellina, ha come protagonista una strepitosa Francesca Bertini. L’inizio del film, vede l’attrice napoletana su di un piccolo pontile di legno con vista sul golfo di Napoli attendere con impazienza l’arrivo del fidanzato. Anche le didascalie di “Sangue Napolitano”, questo il nome con cui è conosciuto il film nel mondo, sottolineano che la collina di Possillipo (Pusilleco in napoletano), bellezza unica che sovrasta Margellina (Mergellina in napoletano), all’epoca era una frazione di Napoli: “Assunta vive nei dintorni di Napoli assieme al padre. Attende l’arrivo del fidanzato, Michele Boccadifuoco”.

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Pausilypon, letteralmente dal greco “che fa cessare il dolore”, è il termine giusto per legare gli occhi e l’anima al meraviglioso panorama che si godeva anche tremila anni fa da questa zona di Napoli. La pellicola di Gustavo Serena ne è piena, in voluto contrasto con il dramma della novella digiacomiana. La cena di fidanzamento di Assunta, all’aperto su una grande terrazza, ci regala le luci del Golfo prima, la bellezza ineguagliabile di Palazzo Donn’Anna, dopo. Indimenticabile è il bacio di Assunta e Michele sui davanzali di Via Orazio; così come lo sono, da un punto di vista strettamente cinematografico, sia le passeggiate a piedi nella Villa Comunale che le scarrozzate su Via Posillipo (una strada fatta costruire dall’allora re di Napoli Gioacchino Murat, grande ammiratore di Pusilleco).

Anche “L’uomo in più”, a suo modo, è ambientato a Posillipo e Margellina. La storia, un meraviglioso adattamento che ruota intorno alla vita di due personaggi omonimi, uno calciatore, l’altro cantante confidenziale, ci regala una Napoli “differente”, notturna, gelida. Antonio Pisapia, il mediano, ammira Napoli dalla sua casa sulla collina di Posillipo, ne soffre la bellezza perché è sempre più solo; Tony Pisapia, il cantante, attende malinconico il ritorno dei pescatori appoggiato ad un caratteristico gozzo, l’inquadratura è il controcampo del primo fotogramma di Assunta Spina. Memorabile è la corsa di Tony per Via Caracciolo; l’uomo, inseguito, raggiunge l’acqua scavalcando con agilità i davanzali di quello che forse è il lungomare più bello del mondo. Una barchetta lo attende; da lì a remi, sarebbe arrivato a Capri …

Autore: Bardamù